L'Officiel Art

L'Italia secondo Francesco Vezzoli

L'artista italiano, in una costante rivendicazione della nostra eredità e identità culturale, ripercorre la commistione tra intrattenimento e politica che caratterizza il Bel Paese dagli anni '70 ad oggi.
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LE DÉLUGE COL CUORE (AFTER BARBARA D’URSO) 2019 (INEDITO) “Ma com'è bello qui, ma com'è grande qui / Ci piace troppo ma... non è la RAI! /Il cielo è sempre blu, non piove quasi mai / Il mare è calmo ma... non è la RAI!” Dalla sigla di “Non è la RAI” di Gianni Boncompagni del 1991). Il ricamo è stato creato da Francesco Vezzoli per questo special art project de L'Officiel Italia

Testo Caroline Corbetta
Artworks e didascalie Francesco Vezzoli

Quand’ero piccolo e i miei genitori andavano in edicola a comprare Il Manifesto e altri giornali di sinistra, mi chiedevano “Tu cosa vuoi? Io rispondevo: “Tv Sorrisi e Canzoni”. D’altronde i miei mi portavano ai cineforum a vedere i film di Pasolini ma poi passavo ore a casa delle nonne a guardare la Carrà e Mina in TV». Politica e spettacolo sono le specialissime lenti bifocali con cui, da allora, Francesco Vezzoli, divenuto nel frattempo star dell’arte celebre a livello globale, legge il mondo e l’Italia, interpreta la Storia e la cronaca. Era proprio intitolata “Party Politics. L’intrattenimento della politica, la politica dell’intrattenimento”, la sua mostra per la Fondazione Giuliani di Roma la primavera scorsa. Una serie di foto recuperate dall’artista spulciando negli archivi della cronaca mondana e politica della Capitale anni ’80 che appaiono come perturbanti, e a tratti esilaranti, anticipazioni dell’oggi. Immagini argutamente titolate dal giornalista politico Filippo Ceccarelli, in cui si vedono ritratti insieme il presidente Pertini e Sandra Milo, Sophia Loren e Pajetta, uno dei capi storici del PCI, Moana Pozzi e Giuliano Ferrara e altre strane coppie che mettono in scena quell’irresistibile e omologante combinazione di esibizionismo e potere, già denunciata negli anni ’60 e ’70 da Pier Paolo Pasolini (il poeta-regista cui Vezzoli ha dedicato un importante corpo di opere) e diventata la cifra della contemporaneità.

Di (s)cene simili il nostro artista è stato testimone in prima persona dalla fine degli anni ’90, avendo frequentato proprio quei salotti in cui si ritrovano politici e gente di spettacolo, e gente di spettacolo che farà politica, e li ha osservati «da dietro a una finestra, come Tonio Kröger», chiosa lui, animato da una bruciante curiosità nei confronti delle dinamiche di relazione tra le persone che, a suo dire, sono sempre le stesse nel corso dei secoli. «A me piace pensarmi come un Petronio, come un autore satirico. Il punto sta nel quanto ti avvicini al soggetto e quanto poi te ne allontani», dice oggi Vezzoli che continua col ricordo di una cena di una quindicina d’anni fa «in cui c’erano Gianfranco Fini, Alberto Arbasino e Susanna Agnelli e io guardavo tutto questo mondo che interagiva senza farsi troppi problemi su chi stesse da quale parte. Essendo l’artista ambizioso per natura piuttosto si chiede chi durerà di più. E io sapevo che volevo essere Arbasino, perchè la politica è passeggera ma l’arte resta». Osservare e narrare, attraverso i linguaggi apparentemente antitetici del ricamo e del video. I primissimi ricami, coi volti delle dive del cinema rigate da lacrime di lurex, erano come fotogrammi delle più complesse narrazioni filmiche che l’artista andava immaginando. Come la serie dei cortometraggi di debutto della “Embroidered Trilogy (1997-99)” tra cui “Il sogno di Venere”, firmato da Lina Wertmüller («che, oggi, finalmente riceve l’Oscar dopo essere stata, nel 1976, la prima donna regista candidata»), con Franca Valeri vestita Capucci che balla al ritmo di una canzone dei Kraftwerk. Chi scrive ricorda come se fosse ieri il debutto della videotrilogia in una galleria milanese a fine anni ’90, dove un’addetta ai lavori inglese, bollando il lavoro come “troppo italiano”, aveva involontariamente centrato il punto della poetica vezzoliana. «Provenendo da una nazione che aveva inventato quasi tutto, tanto valeva mettersi in gioco coi giganti che mi portavano sulle spalle». Tra questi, Lucio Fontana cui Vezzoli ha dedicato uno dei suoi primissimi ricami (1996).

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All’epoca, il ragazzo della borghesia illuminata bresciana, che era stato a Londra per studiare arte alla Central Saint Martins, frequentava ancora personaggi come Malcom McLaren, Vivienne Westwood, i Pet Shop Boys... «Lì ho capito che se mi fossi messo a fare il Leigh Bowery o il punk avrei fatto ridere. Ho capito che quelli bravi davvero sono impregnati del loro heritage e lo dichiarano. Ho capito che un fatto identitario è alla base di qualsiasi atto creativo significativo». Cosi l’opera di Fontana, riprodotta a piccolo punto proprio in quel periodo, rappresentava un gesto fortissimo: autarchico nella tecnica artigianal-casalinga e culturalmente rivendicatorio nel soggetto. In essa c’è la violenza del gesto, del taglio, ma anche la volontà di ricucire, attraverso il ricamo, le dicotomie che hanno caratterizzato il suo percorso esistenziale e la storia del Bel Paese. «Avendo avuto una famiglia stile Giano Bifronte, con i genitori simpatizzanti per il PdUP e le nonne un po’ pop, non avrei saputo a chi e cosa ribellarmi, perciò ho scelto il compromesso. Il compromesso è stata la cifra che ha definito la mia infanzia tanto quanto definisce la nostra Nazione e che, forse, nei tempi di polarizzazione violenta che stiamo vivendo potremmo esportare». Vezzoli, che nel 2013 si è autoritratto come Raffaello, affermando le proprie radici, rivendica la necessità di spezzare la subalternità culturale italiana al mondo anglosassone. «Capisco che non abbiamo solo perso la guerra ma anche la faccia, e questo ha fatto sì che l’Italia si sia vergognata a lungo della propria identità e che l’intellettuale italiano si sia autocensurato, allontanandosi il più possibile da dannunzianesimi e futurismi vari, mentre il piano Marshall culturale, in un’ottica di dominio del mercato, ci ha propinato anche sonore schifezze... Adesso però basta! Siamo in grado di produrre una nostra identità intellettuale e, oltretutto, abbiamo un retaggio incredibile: questo non è sovranismo ma giustizia culturale. Adesso deve arrivare il grande momento, non della rivincita, ma della parificazione, dell’inclusione in un dibattito culturale che metta sullo stesso piano Fontana e Pollock». 

Un sentimento identitario che l’ha portato ad intraprendere un lavoro di ripresa della statuaria classica, a partire da una personale al Jeu de Paume di Parigi a fine 2009 in cui ha ritratto Eva Mendes, «all’epoca massimo sex symbol di una Hollywood “alta” che poi s’é sposata Ryan Gosling, altro archetipo», come una novella Paolina Borghese del Canova. «Quando lo scultore neoclassico scolpisce la Ebe» rievoca Francesco, «la mette su una piattaforma girevole e con un’anforina dorata in mano e i critici dell’epoca dicono “No, no, non si può! Troppo kitsch!”. E invece sarebbe stata bellissima anche la Paolina che gira, come in una vetrina della Rinascente». Vezzoli ripercorre avanti e indietro i secoli, condensandoli, per tornare sempre al presente dove, tra citazione e invenzione, scardina convenzioni estetiche e convinzioni morali(stiche). Come con l’intervento alla Biennale di New Orleans del 2011 al centro della postmoderna e involontariamente surreale Piazza d’Italia, progettata da architetti americani negli anni ’80. In quella che definisce, col suo gusto per i giochi di parole, «il post-modern un po’ sbagliato dei para-Memphis». Vezzoli ha collocato una statua policroma in stile “Musa di De Chirico” con le fattezze di Sophia Loren: «Volevo giocare proprio col discorso identitario e avendo sempre pensato che De Chirico sul problema dell’identità culturale fosse completamente risolto, essendo uno che citava costantemente il passato classico, lui era perfetto. Poi, dovendo trovare una figura per incarnare la Musa, ho scelto la donna italiana del Novecento più famosa al mondo». 

Una «scelta archetipale», come la definisce Vezzoli da cui sono scaturiti anche dei ricami, perché lui non ha mai smesso di ricamare. Ogni sua mostra, che è il frutto della collaborazione di diversi specialisti, è sempre affiancata dalla pratica solipsistica del ricamo. Come quella in apertura a fine novembre dove, attraverso la lente del decadentismo, dimensione estetico-intellettuale che il nostro maneggia con molta voluttà e altrettanta lucidità, rilegge parte della collezione del Musée d’Orsay di Parigi. O anche “TV 70: Francesco Vezzoli guarda la Raiˮ un’altra mostra/opera d’arte totale curata nel 2017 per la Fondazione Prada di Milano. In quest’ultima, attraverso opere d’arte del periodo e materiali degli archivi storici Rai, Vezzoli ha tentato un racconto conciliatorio «del decennio più violento e scisso della storia italiana». Tra i lavori derivati da questa mostra i ricami eseguiti su riproduzioni di poster femministi dell’epoca con slogan originali che sembrano appartenere più alla logica seduttiva dello spettacolo che alla lotta politica. E che assumono significati ancora più paradossali nell’accostamento, che abbiamo voluto evidenziare in queste pagine, con le copertine ricamate dei 45 giri di musica pop tratte da “The 7" Series” (2010) come “Tripoli 1969/Lasciatemi amare chi voglio” di Patty Pravo o “Maledetta Primavera” di Loretta Goggi. Titoli cantati da icone al femminile che, accostati a rivendicazioni femministe, creano un cortocircuito semantico tipicamente vezzoliano che ci dice di quell’epoca molto di più di un saggio di sociologia. L’artista, ricostruendo una TV che, nonostante la censura politica, sapeva anche dare spazio al talento di Ronconi, Fellini o Bertolucci, ha rivendicato un ruolo fondamentale della cultura italiana ma ha anche affrontato il tema dell’impegno politico degli artisti. «Nel decennio preso in considerazione nella mostra alla Fondazione Prada, l’artista è volontariamente dissociato dal potere ma impegnato politicamente. Ricordiamocelo! Anche un artista come Schifano faceva quadri per salvare i conti del Manifesto. Gli artisti in quegli anni erano politici, nell’unico modo in cui si può esserlo. Mentre oggi alcuni artisti sono talmente ricchi che potrebbero finanziare dei partiti ma non lo fanno, anzi, si tengono a debita distanza dalla politica, a parte qualche vuoto proclama, perché non vogliono alienarsi le signore imbellettate con la Kelly di Hermès che vanno ad Art Basel Miami e Pernambuco». Inutile tentare di districare politica e pop, cronaca e paradosso, esperienza personale e storia sociale nell’opera di Vezzoli che, come individuo, prima ancora che da artista, è intimamente interessato ad osservare il mondo senza snobismi e a trovare delle chiavi di lettura attraverso collegamenti fulminanti e illuminanti. «Trovo interessante che oggi il politico, per agganciare il suo popolo, debba passare attraverso il salotto di Carmelita D’Urso che cercando il successo televisivo è diventata una pedina fondamentale dello scacchiere politico. Magari voleva presentare il Festival di Sanremo e invece è finita che un passaggio da lei vale centomila voti. Per i politici e per i teledivi, d’altronde, un voto è un voto, uno spettatore è uno spettatore – e su questi non c’è la giuria di qualità come a Sanremo».

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Sul passaggio dall’immaginario televisivo estremamente sofisticato di quarant’anni fa a quello nazional-popolare di oggi, appiattito sulla ricerca del consenso, Vezzoli fa un commento visivo. Si tratta del ricamo, realizzato apposta per concludere l’iperbolico viaggio in soggettiva attraverso la storia d’Italia di queste pagine, sull’immagine di una giovane Barbara (Carmelita) D’Urso in topless tratta da un numero di Playboy del 1981. A parole l’artista ha molto altro da aggiungere «Gore Vidal in Caligola diceva: “Every moment in history is dark”. Io, invece, direi: “Every moment in history is a different moment”. Ogni momento rispecchia un passaggio. Così dopo gli anni ’70 sono arrivati gli anni ’80 dove è avvenuto il ribaltamento chiave con lo spettacolo, che ha assunto più potere della politica e l’affermarsi di personaggi come Berlusconi, Grillo e Schwarzenegger nel mondo dello spettacolo che sarebbero poi passati alla politica. Credo che sia stato un cambiamento da analizzare più in termini psicoanalitici che politici. Dopo la Guerra più o meno fredda, Il Vietnam e il terrorismo la gente ha detto: “Basta sangue”. C’è una bellissima scena in "Buongiorno, notte” di Bellocchio in cui i terroristi che stanno facendo la guardia a Moro guardano in TV il varietà “Ma che sera!” con la sigla con la Carrà che canta “Come è bello far l’amore da Trieste in giù”. Ecco, dopo un TG deprimente, con la gente a casa piena di paura e di odio, arrivava lei, così erotica. Lì qualcosa è svoltato. Nel bene o nel male siamo tutti ambiziosi, gli artisti più degli altri, e anche se non lo confesseremo mai, vogliamo tutti essere riconosciuti e ricordati. E visto che se fermi la gente per strada e chiedi chi era il ministro degli Interni nel 1978, nessuno lo sa, mentre se dici “Come è bello far l’amore...” tutti rispondono “Carrà!”, ecco, io direi che da un certo momento storico in poi tutti, gli italiani hanno preferito essere Raffaella Carrà piuttosto che Mariano Rumor»

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