Fashion Week

Dior tra couture e punk con Kim Jones

La collezione uomo della maison di Avenue Montaigne rende omaggio al designer-artista inglese Judy Blame e al lavoro di Marc Bohan, storico stilista della griffe negli anni 50 e 60. Unendo gli archivi dell’alta moda con la cultura underground londinese, scegliendo un dress-code elegante e classy.
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Eleganza extravaganza. Ma anche un’irruzione punk nella couture. Citando due icone che hanno costruito la storia estetica di Kim Jones, direttore creativo della maison Dior. Da una parte Judy Blame, artista e stilista inglese tra i grandi profeti del punk e figura di spicco della cultura underground londinese. Dall’altra Marc Bohan, storico direttore creativo della maison Dior negli anni 50, 60 e 70. Punto di partenza? Quel corridoio di vetro incorniciato di metallo, abitato da nubi immacolate che cambiano colore vestendosi di cromie strillate, di blu elettrico o di arancio vitamina. Come in un club underground della Londra 80s a ricreare un momento speciale. Quello in cui un diciottenne Jones incontrava il suo mito: Judy Blame. «Questa collezione è un omaggio al suo mondo creativo e al suo stile personale», ha spiegato lo stilista. «È un tributo a un personaggio che mi ha guidato e che ora mi manca tanto. A un personaggio il cui amore per la couture è stato di grande ispirazione in tutta la mia carriera». Ed è proprio l’alta moda il secondo asset della stagione. In particolare la storia della griffe di Avenue Montaigne nell’era di Marc Bohan, ovvero tra 50s e 60s in un turbinio di rimandi estetici e architettonici. «Mi sono tuffato negli archivi di Dior e mi sono lasciato ispirare per creare un nuovo più classy ed elegante». La stagione è scandita da un nuovo Dior: un tailoring scolpito sulla figura, una palette materica da atelier e un gran finale lussuoso: una cappa che ha richiesto 900 ore di lavorazione per essere ricamata di piccoli frammenti di cristallo diamantato. A rendere moderno il tutto la contaminazione con l’estetica punkish di Blame. Nelle catene e nei ninnoli che penzolano dalle cinture. Nei piercing che decorano il volto e gli occhi o nelle spille da balia, monogrammata, che ornano i lobi. Nei charms che tintinnano sui baschi geometrici o nelle medaglie che illuminano i foulard al collo. «Ho voluto mettere in pedana quello che avrebbe amato, il suo volto d’artista ma anche il suo racconto più personale». Quello delle camicie allungate, quello delle tuniche ricoperte di Dior gazette (la leggenda vuole che la stampa iconica della maison nell’era di John Galliano fosse stata ispirata proprio da Blame durante una conversazione con lo stilista di Gibilterra). Ma anche quello dei guanti, ossessione di Blame. «Sono un simbolo di un codice couture». Che torna nei disegni cashmere mutuati da una fantasia scovata negli archivi e amata da Bohan o nei tagli architettonici dei coat, nelle sete moiré ma anche nella Toile de Juy, che diventa Toile de Judy, in un omaggio doppio alla storia della griffe e al creativo inglese scomparso due anni fa. «Prima di morire, con Judy stavamo lavorando insieme a un libro che raccontasse il suo universo e la sua estetica... In parte questo show lo è». E il mix che sfila racconta una crasi perfetta tra il fascino sofisticato della maison e lo spirito irriverente e anticonformista di Blame. In un cocktail che conquista. «Amo vedere le persone indossare i miei capi... Quello è il mio primo obiettivo, fare in modo che i miei abiti li facciano sentire a loro agio», ha concluso il designer. 

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