Fashion Week

AltaRoma, l’essenzialità vince

Il format a porte chiuse e con una selezione più affinata dei marchi in pedana giova ad AltaRoma, che completa così il passaggio a polo riconosciuto per i new names
Reading time 3 minutes

In tempi pre-pandemici c’erano cose che certa fashion people spesso non faceva, tra cui partecipare ad AltaRoma. Vero è che il calendario mondiale era serrato, specie per l’edizione invernale, e le sfilate capitoline si incuneavano nell’unico attimo di respiro tra menswear, haute couture parigina e collezioni donna. A fronte di budget ridotti poi, le testate preferivano concentrarsi su manifestazioni di maggior peso, fatto sta che alla kermesse organizzata all’ombra del Colosseo di solito si dava appuntamento un drappello di irriducibili, la cui curiosità verso il nuovo faceva sopportare la naïveté di qualche show e le polemiche feroci tra stakeholders locali.

Per diverse stagioni Silvia Venturini Fendi, presidente di AltaRoma, ha indicato nel sostegno ai marchi emergenti la vera ragion d’essere dell’evento. A Roma agli inizi degli anni 2000, l’allora direttrice di Vogue Italia, Franca Sozzani, aveva voluto portare in scena Who Is On Next? il progetto di scouting per i nuovi nomi che ha lanciato nel tempo designer come Marco De Vincenzo, Stella Jean o Act N.1, perciò la direzione presa aveva più che mai senso. Oltretutto, l’idea di proporsi come anello di congiunzione tra le altre due città della moda italiane, Milano e per il menswear, Firenze, funzionava, offrendo così a marchi giovani una sorta di palestra, dove farsi le ossa prima di tentare passerelle più blasonate. C’era insomma da tempo aria di cambiamento, senza però avere mai la sensazione che la transizione fosse completata, finché, sbam, il mondo intero ha cozzato contro il virus e, paradossalmente il passaggio definitivo è avvenuto.

Ben lontani dall’affermare che un anno di malattia, lutti, spavento e dolore abbiano fatto bene ai Roman Days della moda, va però preso atto che l’edizione appena terminata ha avuto un sapore diverso. Il formato digitale con la conseguente assenza di pubblico ha posto i vertici di AltaRoma nella posizione di puntare all’essenziale, e nel farlo ha dato il meglio di sé. Pochi show, inframmezzati da focus sulle collezioni della sezione Showcase (forse quella più penalizzata dall’impossibilità di conoscersi e fare chiacchiere) e dagli spazi riservati alle varie scuole di moda, anche loro obbligate a lavorare di sintesi, hanno reso il calendario agevole, anche per chi non riusciva a essere online nel momento della diretta. Inoltre, la selezione dei brand si è affinata, mandando in pedana delle proposte più omogenee non tanto per mood (sebbene abbia aleggiato un comune sentore bourgeois-chic forse rassicurante per i young talents), quanto per livello del prodotto, sulla buona strada per rendersi appetibile a dei buyers. E poi c’è stato il tocco magico dello Studio 12 di Cinecittà, dove la regia degli show ha potuto esprimersi al meglio, compensando un po’ l’asetticità del rituale a porte chiuse.

Con una congiuntura economica e sociale dissestata su scala mondiale, ad AltaRoma, ai soci ovvero Camera di Commercio di Roma, Regione Lazio, Risorse per Roma, Città metropolitana di Roma Capitale, a ICE Agenzia che sostiene concretamente il tutto, al Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, va il merito di aver costruito una carrellata di marchi dal futuro tutto in salita, ma che almeno hanno gambe e fiato per provare ad arrembare la cima. Motivo per cui, chi davvero ha a cuore le sorti della moda, almeno un giro online per dare un’occhiata, non ha più scuse per non farlo.

Tags

fashion
fashionshow
fashionweek

Articoli correlati

Articoli consigliati