Twin Peaks 3 - L'Officiel
diary

Twin Peaks 3

Invito all'amore o all'odio. Una riflessione fino all'episodio 11.
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Dopo ben 11 episodi della terza stagione di Twin Peaks, è lecito chiedersi "cosa stiamo guardando"? È davvero Twin Peaks questa operazione psico-nostalgica di David Lynch, dopo i 26 anni che ci separano dalle prime due stagioni? Oppure una vendetta verso chi ha amato la serie e la tv in generale? Parte la defezione: chi sta con Lynch, chi lo odia per averli traditi ed essersi allontanato da TP - anche di parecchi km, visto che il regista di Missoula getta i suoi incubi altrove, come South Dakota, New York e Las Vegas - e chi semplicemente, ancora una volta, non lo capisce. È davvero Twin Peaks? O un'astuta operazione di marketing, messa in atto dal duo Lynch/Frost per sabotare la tv che uccise la loro amatissima serie negli anni novanta? Twin Peaks - Il Ritorno, non è brutto, sia chiaro, a tratti avvince, ricorda ai fan cosa hanno amato della serie cult e riporta i suoi personaggi iconici in una dimensione in cui il tempo è andato avanti (per chi è sopravvissuto), ma come il suo predecessore si perde e si scioglie in un magma informe, che si estende lentamente. I suoi bizzarri personaggi si sono evoluti - nel senso lynchiano del termine: la mamma di Laura Palmer guarda truculenti documentari, la Signora Ceppo è prossima alla morte (sorte che sarebbe toccata realmente a Catherine E. Coulson poco prima della fine delle riprese), Dale Cooper possiede vari doppelganger, prendendone poi il posto di quello apparentemente più innocuo. Tutti usano smartphone e computer - persino Killer BOB/Cooper, che possiede un modello tutto suo - il Dottor Jacoby è diventato un influencer sclerotico peggio di Scientology, e Lucy, la segretaria dello sceriffo Truman, compra mobili online. Persino la CGI ha fatto passi da gigante da quando appariva Laura Palmer in una bolla da fumetto stile Sentieri, e crea vortici nel cielo che nemmeno in Black Hole Sun dei Soundgarden nel 1994 (ma gli effetti sembrano davvero fermi a quegli anni). 

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Twin Peaks lo si ama o lo si odia, e anche in questo nuovo capitolo, modernizzato e auto-citazionista, non si può che amare o odiare i mondi creati - dipinti, sognati - da Lynch, ma va riconosciuto anche l'atto terroristico verso la pazienza dello spettatore. Quando "torna" il vero Cooper? Dougie Jones quando se ne va fuori dal cazzo? Perché al posto del nano abbiamo quella specie di ramo d'ulivo che parla come Gollum? Perché Diane è una stronza con la parrucca alla Raffaella Carrà (Vaffanculo, Diane!)? Da dove esce quella teca nera, dal design rubato a Francis Bacon? Dopo aver citato Mario Bava nel finale della seconda stagione, Lynch cita Phantasm (la scena di Dougie e la Garmonbozia, secondo Nocturno) e Fulci (il modo truculento in cui gli uomini neri uccidono gli abitanti nell'episodio 8), oppure sta solo dando di matto? Niente, nessuno lo sa, ma in rete i lynchiani giurano che Lynch darà risposte - tipo la profezia di Celestino - che dirà come ha fatto BOB a trasformarsi in Frank Booth di Velluto Blu - quando a malapena sbiascicava due parole - la Loggia Nera ad avere una succursale fin nei lontani anni 40 e Laura Palmer generata da un'esplosione atomica. Insomma, un mash up all'LSD degno di Ed Wood, se solo avesse avuto la spocchia di Lynch, ma che se TP3 lo avesse partorito Dario Argento, il web lo avrebbe già crocifisso. Il problema è che questo TP è orfano del naif, delle storie d'amore contorte, della soap opera. Manca lo specchio patinato di Invito all'Amore - la soap che guardavano i cittadini di TP, ovvero la finzione televisiva nella finzione televisiva - manca la "purezza" dell'adolescenza, l'ingenuità e persino la leggerezza. Lynch è Lynch e non si discute, ma questo sequel non-sequel non è esattamente Twin Peaks. È un nuovo mondo, troppo simile al nostro, nella sua sclerata voglia di non-vita, schizoide e impregnato di non-sense, malato di tecnologia e consumismo, dove non resta che sperare nell'esistenza di una Loggia Nera, una realtà parallela e visionaria, di sicuro più interessante della nostra. 

 

[Continua tra... 25 anni, forse]

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