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La liberazione dal “mascolino” passa dalla fotografia

Un’importante mostra collettiva esplora il modo in cui la mascolinità è vissuta, rappresentata e documentata attraverso la fotografia e il cinema dagli anni Sessanta a oggi
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Catherine Opie Bo from “Being and Having”, 1991

“Toxic Masculinity”: è forse questa l’espressione più ricorrente negli accesi dibattiti contemporanei alimentati dei media? Dopo l’esibizione di Achille Lauro al Festival di Sanremo, considerata la portata nazionalpopolare dello show, la nozione ha raggiunto strati di tessuto sociale fino a quel momento estranei al concetto. Cosa si intenda con queste due parole ha provato a spiegarlo in maniera didascalica Sabrina Barr dell’Indipendent in un suo articolo recente. La “mascolinità tossica” definisce un particolare tipo di comportamento comunemente associato ad alcuni uomini, che promuove la mentalità dell’uomo macho, l’aggressività, la misoginia e la “forza”. L’esasperazione massima di una virilità che incoraggia gli uomini a non mostrare sentimenti o paure. Così, mentre nozioni quali “gender-fluid” e “non-binary” stanno rivoluzionando il dibattito sulle questioni di identità e genere, il concetto tradizionale di mascolinità è messo a dura prova dalla mostra Masculinities: Liberation through Photography, alla Barbican Art Gallery di Londra, che esamina la rappresentazione della mascolinità nelle sue molteplici forme, ricche di contraddizioni e complessità. Presentata attraverso sei sezioni con più di 50 artisti internazionali, la mostra tocca temi come l’identità queer, il corpo, il potere e il patriarcato nero, la percezione femminile degli uomini, gli stereotipi etero-normativi iper-mascolini, la paternità e la famiglia. Le opere presentano la mascolinità come un’identità performativa non fissata, modellata da forze culturali e sociali. La serie Gentlemen, ad esempio, di Karen Knorr, costituita da 26 fotografie in bianco e nero scattate all’interno di un club privato per soli uomini nel centro di Londra e accompagnata da testi tratti da conversazioni origliate, registrazioni parlamentari e notiziari d’attualità, invita i visitatori a riflettere sulle nozioni di classe, razza e sull’esclusione delle donne da ruoli di potere durante il mandato di Margaret Thatcher a Downing Street. Fra gli highlights, la serie Deep Springs dell’americana Sam Contis, che ha passato quattro anni in un college maschile del North Dakota, documentando la violenza e l’intimità del luogo traendo spunto dal mito del cowboy e dell’American West. Taliban di Thomas Dworzak, invece, complica l’immagine comune del combattente attraverso ritratti di talebani ritrovati in alcuni studi fotografici di Kandahar, in cui i soldati posano mano nella mano con pistole e fiori come arredi scenici. Altrove, gli artisti Jeremy Deller, Robert Mapplethorpe e Rineke Dijkstra smantellano preconcetti di soggetti come il lottatore, il bodybuilder e l’atleta e offrono una visione alternativa di questi stereotipi iper-mascolinizzati. 

Jane Alison, Head of Visual Arts del Barbican, ha dichiarato: «Masculinities: Liberation through Photography continua il nostro impegno nel presentare figure di spicco del ventesimo secolo nel campo della fotografia, supportando al contempo anche i più giovani artisti contemporanei che lavorano nel mezzo oggi. Sulla scia del movimento #MeToo e della rinascita dell’attivismo per i diritti degli uomini e delle donne, le nozioni tradizionali di mascolinità sono diventate oggetto di accesi dibattiti. Questa mostra non potrebbe essere più pertinente e certamente scatenerà conversazioni sulla nostra comprensione della mascolinità».

Masculinities: Liberation through Photography 
Barbican Art Gallery, London, UK 
20 febbraio - 17 maggio 2020 

 

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