Hommes

The Now Icon: Lenny Kravitz

Sono passati più di 30 anni dal debutto con “Let love rule” che continua a essere il suo mantra: «L’amore è la nostra più grande forza sulla terra; solo l’amore può portarci pace e felicità». Oggi la star del pop è un artista poliedrico tra musica, design, fotografia e arte
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SAINT LAURENT BY ANTHONY VACCARELLO Giacca in pelle vintage, camicia in seta nera jeans a zampa, cintura e Chelsea boots in camoscio. Dolcevita in lana, Dolce & Gabbana. Occhiali da sole, Ray-Ban. Gioielli personali dell‘artista.

Era il 1989 e quel “Let love ruleˮ era destinato a entrare nell’immaginario musicale collettivo. Da allora sono passati 31 anni e Lenny Kravitz, oggi quasi 56enne, è un’icona della musica internazionale. Detiene il record per il maggior numero di Grammy Award legati alla miglior interpretazione vocale rock maschile. E con il suo vocabolario musicale personalissimo di pop-rock e neopsichedelia, folk, funky e reggae ha scritto pentagrammi mitici. Oggi, alla vigilia di una tournée importante battezzata “Here to Love tourˮ, che toccherà anche l’Italia, e di un singolo, “Rideˮ, accompagnato dal video studiato a quattro mani con il fotografo-star Mark Seliger, Kravitz è un talento poliedrico. Accanto alla musica esprime la sua creatività toccando discipline differenti. Come la fotografia o il il design d’interni (con la sua Kravitz design ha vestito il 75 Kenmare di New York, condominio deluxe situato sull’omonima strada di NoLita, nda). Undendo le due ne è nato il progetto con Dom Pérignon, di cui è creative director. Per la maison di champagne del gruppo LVMH ha creato due bottiglie esclusive e firmato una seri di scatti black & white protagonisti della mostra itinerante “Assemblage”. Ma il suo cuore batte ancora follemente per la musica: «Ho imparato dai miei molti errori, che mi hanno portato dove sono oggi. Sono cambiato in modo positivo, sono sereno. La musica mi ha aiutato a superare i momenti difficili». E ieri come oggi il suo mantra è uno solo: «Let love rule, per sempre e sempre. L’amore è la nostra più grande forza sulla terra; solo l’amore può portarci pace e felicità».

Come hai scoperto la passione per la fotografia?
Sono sempre stato attratto dalla macchina fotografica, mio padre era un giornalista. Lui ha lavorato anche per NBC News dalla fine degli anni ʼ50 agli anni ʼ80: era uno dei tipici giornalisti newyorkesi. Mio padre è tornato dal Vietnam quando ero ancora un bambino e aveva una Leica a casa che io non potevo toccare per nessuna ragione al mondo. Ma io ne ero terribilmente affascinato. E di nascosto andavo a guardarla, toccarla, esplorarla... Poi più tardi, quando ho compiuto 21 anni, mi ha regalato la fotocamera. Non la usavo molto. Quando ho fatto uscire il mio primo album nell’89, avevo 24 anni ed ero decisamente timido. La maggior parte delle volte mi imbarazzavo davanti ai fotografi. Quando ho iniziato a fare i primi scatti ufficiali amavo follemente andare nella camera oscura con i fotografi e carpirne i segreti. Lì ho cominciato a interessarmi su come funzionasse il processo dietro la fotocamera. Ho avuto la grande opportunità di venire a contatto con grandi fotografi. Osservando loro ho preso consapevolezza di cosa fosse la fotografia. Pian piano ho iniziato a scattare, seriamente, circa 14 anni fa. E ho esposto il mio primo book fotografico durante unʼedizione di Art Basel | Miami Beach. E da lì è inziata questa nuova avventura.

Ti ricordi la prima foto pro- fessionale che hai realizzato?
Le prime sono state quelle della mostra. Erano foto di me che fotografavo persone, che fotografavano me. Scattavo durante il tour, nelle giornate libere. Uscivo per strada per fare dei reportage e ogni volta che uscivo fans e paparazzi iniziavano a fotografarmi. E per questo non mi lasciavano fare ciò per cui ero uscito: fotografare. C’erano tantissime persone intorno a me. Ho iniziato a fotografare loro mentre mi fotografavano, così per gioco. Jean-Baptiste Mondino ha visto questa serie di scatti e mi ha detto: “Questo è quello che scatterai per la tua prima esposizione”. E alla fine è stato proprio così.

Qual è la differenza tra stare da- vanti e dietro allʼobiettivo?
Preferisco stare dietro. Con la mia testa sono sempre dietro l’obiettivo della macchina... E infatti rompo le scatole al fotografo dicendo: “Ehi amico, la luce non va bene, forse dovresti cambiare angolazione...” Però alla fine è divertente, lo shooting diventa collaborativo.

E come hai deciso di lavorare per il progetto di Dom Pérignon?
Ho un amico che è l’ex chef de cave con cui è iniziato un rapporto circa quattordici anni fa. Ho iniziato a provare il Dom Pérignon alle cene, alle degustazioni, nei negozi specializzati e soprattutto ho iniziato a interessarmi al processo di realizzazione. Ci è sempre piaciuto lavorare insieme... E lo abbiamo fatto. 

Che cosa hai cercato di esprimere con le foto di “Assemblageˮ?
Amo fotografare. Credo sia fantastico poter raccontare gli ambienti e le persone con uno scatto. Mi piace mettere insieme persone con background diversi, discipline diverse, età diverse. In questo caso abbiamo scattatao tutto quanto durante una cena a casa, c’era anche mia figlia...

Uno degli scatti più belli è quello in cui tu sei sullo sfondo e c’è Zoë...
Oh certo! Quello è stato scattato prima dello shooting, è un frammento dal dietro le quinte. E sì, anche io lo adoro. Ho voluto essere molto naturale, l’intero progetto gira attorno ai concetti di connessione, comunicazione, condivisione. Solo uno degli scatti ha avuto un set preciso, quello in cucina, ma per il semplice fatto che tutti dovevano essere al posto giusto. Per il resto, ero semplicemente io che guardavo gli altri interagire, muoversi, bere champagne...

Quanto fiero sei di Zoë?
Lei è la cosa più bella che abbia fatto. Siamo molto, molto vicini. Lo stesso tipo di relazione che mia madre ha avuto con me (l’attrice Roxie Rocker, scomparsa nel 1995, nda). È cresciuta con me, ha visto il tipo di vita che facevo, è sempre stata circondata da artisti. Ora è diventata molto più smart di me e di sua madre (l’attrice Lisa Bonet, nda), e oggi sono io che guardo a lei come guida.

Oggi sei un artista a 360°. Componi, canti, reciti, scatti fotografie, disegni mobili, case... Qual è l’ambito creativo nel quale ti senti più a tuo agio?
Tutti. È davvero soltanto una que- stione di ispirazione: mi lascio ispirare dalla vita, dalle persone che incontro, da tutto ciò che mi circonda. Tutto può essere interessante se sei in grado di coglierlo. Io cerco di essere spontaneo in questo, lascio che le cose mi arrivino senza cercarle. Ho imparato ad aspettare. È solo così che nascono le idee migliori.

Ma il tuo cuore è tutto per la musica, tanto che quest’anno ti vedrà protagonista di un tour globale particolarente atteso...
Sento ancora la magia quando compongo un pezzo, non sono mai stanco di farlo. Credo che la mia musica sia migliorata nel corso degli anni, ma il processo creativo è rimasto più o meno lo stesso. Il mio mantra è: aspetta, sii pa- ziente, lascia che le cose vengano da te.Ho capito che devo aspettare il momento in cui scatta la scintilla. Non importa dove sei, con chi sei. Quando lo senti lo senti.

Quanto è cambiato il mondo della musica in questi anni?
Tantissimo... Ma con la mia musica ho sempre cercato di veicolare messaggi positivi, di unire le persone. Canto soprattutto di amore e spiritualità, ma credo che in questo momento più che mai ci sia bisogno di affermare la nostra voglia di vivere, e per farlo dobbiamo amare noi stessi, chi ci circonda e l’ambiente in cui viviamo. Dobbiamo proteggerlo. Le nuove generazioni sono molto attive in questo senso, il che mi dà una grande speranza.

C’è una una delle tue canzoni che può abbinarsi alle tue foto?
È difficile. È difficile trovarne solo una. Alla fine il messaggio fondamentale per me è che le amo tutte.

Quale artista ti ha fatto venire voglia di salire sul palco?
Innanzitutto The Jackson 5, dopo il mio primo concerto all’età di sei anni a Union Square! Mio padre mi ha portato a sentirli dal vivo ed ero totalmente stupito. Il groove, la melodia, la tenerezza, la loro professionalità davvero impressionante. L’anno seguente andai con mia madre a trovare James Brown all’Apollo Theater. Quella è stata un’altra esperienza esplosiva!

C’è un periodo storico in cui ti sarebbe piaciuto vivere?
Mi sarebbe piaciuto avere 20 anni negli anni ʼ60. Penso che mi sarei divertito molto a sperimentare tutto ciò che ha cambiato la società in quel momento: musica, arte, politica ...

Il tuo primo album, “Let Love Rule”, ha compiuto 30 anni nel 2019. Cosa provi guardando indietro alla tua carriera e al tuo successo?
Che sono un uomo fortunato che non ha notato il passare del tempo. Allora pubblicare un disco era semplicemente enorme! Non avrei mai pensato di durare così a lungo. Ovviamente è quello che volevo, ma senza esserne consapevole. Da allora, tutto è accaduto senza alcuna vera strategia e mi ha reso felice. Anche se niente è perfetto. Oggi non ho la stessa età, ma non mi spaventa, è come va la vita.

Oggi ti esprimi spaziando tra diverse discipline. Come cambia il tuo approccio artistico in relazione ai diversi ambiti?
In realtà non cambia, è sempre lo stesso, mi lascio ispirare da ciò che mi sta intorno. Cimentarmi in molti ambiti diversi mi aiuta nel navigare tra diversi mondi. Se per esempio mi sono dedicato alla musica per mesi e mesi, il design mi permette di passare ad altro, di prendermi una pausa dalla musica. Pausa per me non significa mai sedermi, il vero relax per me è creare.

Com’è nata la tua passione per il design?
Ho cominciato da bambino, osservando la mia camera, com’ erano fatte le cose, le luci. Quando ho pubblicato il mio primo album nel 1989 creavo nel mio primo appartamento. Le persone spesso lasciavano mobili da buttare per strada, così io li prendevo, li sistemavo, li rendevo carini e li personalizzavo rendendoli miei. È iniziato tutto così. Non ho mai studiato design.

Sei sempre stato molto cool nella tua carriera. Hai lavorato con moltissimi stilisti...
Gianni Versace, quando era vivo, faceva dei vestiti per me. Infatti ci penso sempre quando torno qui in Italia. La mia prima esperienza è stata a Milano con Gianni e Donatella Versace. È stato Gianni a inventare la modalità di fashion show in cui le modelle sfilano e c’è un performer famoso ad accompagnarle, cantando. Lo ricordo bene, credo fosse a New York nel ’91 o nel ’92. È stato davvero innovativo, infatti la prima volta che lui e Donatella me lo hanno proposto io ho detto “Volete che faccia cosa?”... non l’avevo mai fatto prima. Avevo cantato dei brani dal mio primo e dal mio secondo album.

Qual è il tuo rapporto con la moda? Come scegli i tuoi vestiti?
Scelgo i vestiti in base a come mi sento. Ho moltissime cose in armadio, le più disparate. Ma non penso mai a come metterle, come abbinarle. Mi sveglio la mattina, e in base a come mi sento decido cosa mettere. Quando qualcuno mi aiuta a definire un outfit per un’occasione particolare, poi il giorno dopo io ho già cambiato idea perché non mi sento come mi sentivo il giorno prima quando l’ho scelto. Tutto quello che faccio per me è istintivo: musica, fotografia, moda, recitazione...

Quale sarà il tuo prossimo step creativo?
Dirigere un film. Mi piace mostrare cosa vedo attraverso i miei occhi, e nella mia testa. Ma anche mi piacerebbe disegnare... Sto iniziando ed è una cosa a cui penso da vent’anni. Mi sono sempre detto che un giorno avrei dipinto. Mi piace esplorare. Non per mostrare agli altri che faccio tante cose, ma per vivere l’esperienza e vivere cosa esce dalla mia espressione. Potrà essere bellissimo, oppure orribile ma almeno mi sono buttato, ci ho provato.

Hai festeggiato 30 anni di carriera e per te il tempo sembra non essere mai passato... Qual è il tuo segreto?
Mi prendo cura di me stesso. Ho uno stile di vita decisamente sano, mangio in modo naturale. Ma sono cresciuto, educato dalle mie esperienze di vita. Educato dall’arte, dal design e, soprattutto, dalla creatività.

Foto Mark Seliger
Testo Giampietro Baudo
Styling Giorgia Cantarini 
Producer Coco Knudson
Local Producer Fred Jaqueneau
Stylist assistant Martina Squillace
Ha collaborato Alice Teso
Location Paris e Senlis, Francia

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