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#coverstars Nicole Atieno

21 anni, keniota, tedesca d'adozione, è stata cresciuta dai nonni in una fattoria. Da bambina si considerava un tomboy, oggi incarna un nuovo ideale di bellezza.
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Abito di marocaine stampato, abito di tulle e top di gabardine di nylon, tutto Prada, anello ”Surma” di argento e bracciale “Ivy” di argento, Charlotte Chesnias.

«Sono nata a Kisumu, in Kenya». Racconta di un’infanzia felice, Nicole Atieno, oggi ventunenne, modella, volto di diverse campagne pubblicitarie, tra le quali Gucci, per cui posa dal 2016, Marni per cui ha scattato la Prefall 2018 e che ha sfilato per Valentino Haute couture fall 2018. Innumerevoli le copertine e gli importanti editoriali, che l’hanno vista protagonista , oltre che L’Officiel Italia, per riviste come Vogue, Harper’s Bazaar, Pop magazine e Luncheon. «Ho trascorso l’infanzia giocando all’aria aperta, sul lago Victoria (in prossimità della sua città d’origine). I miei nonni avevano una fattoria con un sacco di animali: mucche, capre, pecore, cani, gatti, asini. Per me questa era la normalità. In Germania, a Dresda quando mi sono trasferita a undici anni, era tutto molto diverso». La sua è una famiglia allargata. «La considero un “patchwork”: mio padre è tedesco, mio fratello rumeno e i miei nipoti, che sono i miei primi sostenitori, sono mezzi rumeni e mezzi greci». Non è stata scoperta per strada, casualmente, come ci hanno abituato le biografie di svariate modelle di successo. «Ho cominciato la mia carriera 4 anni fa, perché lo volevo. Sono sempre stata attirata dalla moda. E quando ho deciso seriamente di perseguire il mio sogno, ho fatto la rassegna di tutte le agenzie più riconosciute in Germania, finché mi sono imbattuta in quella da cui sono tutt’ora rappresentata, la SMC Model mgmt (oltre alla Storm mgmt a Londra e la Women mgmt a Milano). Ho fatto domanda e una settimana dopo mi hanno chiamata per un casting. A sei mesi dalla firma del contratto, il mio agente mi ha messa su un volo per Milano per la mia prima sfilata di Gucci». Insicura delle sue doti, ha sempre pensato di non avere il physique du rôle per affrontare la passerella. «Da bambina ammiravo la bellezza delle attrici alla televisione e le donne sulle pagine dei giornali ed ero convinta che i miei tratti fossero lontanissimi da quel tipo di estetica. Ero consapevole di essere diversa. Mi consideravo un tomboy». Essere discriminati per il proprio aspetto è ancora possibile, anche in un ambiente come quello dell’industria creativa, che ha sempre valorizzato la diversità come una qualità piuttosto che come un difetto. Gli standard della cultura occidentale influenzano ancora il sistema, con una visione della bellezza “ristretta”.

«Sono stata discriminata, ma non l’ho presa troppo sul personale. Si continuano a giudicare le altre culture secondo i criteri della propria. Se le persone fossero abituate a un approccio più consapevole rispetto alla diversità dell’altro, non esisterebbe alcun tipo di discriminazione. Forse bisognerebbe cominciare con l’educazione dei bambini, magari censurando la violenza sui media». Confessa che nel suo paese d’origine, la condizione delle donne è migliorata negli ultimi anni. Hanno più libertà di esprimersi adesso. «Sai, ho appena visto un documentario, “Umoja”, che ha preso il nome dal villaggio, nella provincia di Samburu (nella regione centrale del Kenya), in cui le donne hanno bandito la presenza degli uomini. Proprio così. Un gruppo di donne ha cacciato dalle proprie abitazioni mariti e fratelli che non le avevano rispettate. Separarsi da amanti e familiari è stata una forte presa di coraggio. Hanno tenuto con sé i figli, insegnando loro un nuovo approccio alla vita. E quella generazione sta crescendo con una mentalità più aperta». Il villaggio nello specifico fu fondato nel 90 da un gruppo di donne vittime di stupro, violentate da soldati dell’esercito britannico  - e per questo ripudiate dalle loro famiglie - che avevano trovato rifugio in questa località. Oggi la comunità ospita 47 donne, un luogo dove non ci sono rappresentanti di sesso maschile, e vivono e lavorano insieme in totale armonia. «Questo tipo di modello però non è stato replicato in altre zone del Kenya e l’infibulazione (mutilazione dei genitali femminili), per esempio, è ancora considerata una pratica normale in molti villaggi, come la tradizione raccapricciante delle spose bambine». Il lavoro che ha scelto le permette di stare a contatto con persone provenienti da tutto il mondo, accorciando le distanze culturali e assicura che l’ambiente è positivo e che le donne tendono a sostenersi reciprocamente. «Non c’è competizione tra noi ragazze. È una professione come un’altra. Le storie di abusi sono reali, ma questo non significa che il sistema in generale sia corrotto: non bisognerebbe mettere sotto lo stesso cappello nomi di personalità di talento con quelli di individui che si sono macchiati di gravi colpe durante la loro carriera».

Foto Ronald Dick 

Styling Ann-Kathrin Obermeyer

Modella Nicole A@SMC. Hair stylist e Make up artist Thorsten Weiss@Les-Artists using Yarok vegan Hair Care and Chanel Cosmetics. Assistente stylist Charlotte Grindeau. Assistente luci Falko Saalfeld. Casting Alexandre Junior Cyprien@Creartvt. Produzione Shotview Artists

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