Fashion

Curvy is a state of mind: Antonio Berardi per Marina Rinaldi

Allergico a snobismi e preconcetti, Antonio Berardi crea una capsule collection per Marina Rinaldi: un omaggio alla sensualità che abbraccia tutte le taglie.
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Londra, anni ʼ90, Naomi Campbell, Kate Moss e Gisele Bündchen sono le super modelle del momento. Tutti le vogliono in passerella, i loro compensi sono altissimi, eppure le girls accettano di sfilare per 50 sterline (sì, avete letto bene), se a domandarglielo è un certo Antonio Berardi. Nato e cresciuto in Inghilterra da genitori siciliani, si fa notare con il suo show di diploma alla Central Saint Martins, al suo primo défilé ufficiale del 1995 Kylie Minogue sale in pedana per lui, mentre John Galliano lo chiama nel suo studio. A quel punto in tanti gli predicono una carriera roboante in qualche tempio del lusso francese, ma Berardi non si lascia imbrigliare. «Nel mondo della moda devi stare al gioco, solo che io non ci volevo stare. E non me ne sono mai pentito». Porta avanti in autonomia il suo marchio raffinato nei contenuti e allergico alle messinscene, si sfila dalle tempistiche serrate del fashion business quando quasi nessuno ha il coraggio di farlo e dopo oltre venticinque anni di carriera sfodera ancora un entusiasmo schietto, viscerale. Un mix di esperienza e passione affascinante per il management di Marina Rinaldi, che lo ha invitato a realizzare come guest designer una mini collezione spalmata su due stagioni, al debutto nelle boutique del marchio con la F/W 2020-21. E interpretata da una musa speciale, la storica supermodel Guinevere van Seenus. 

Cosa ti ha attratto nella collaborazione con un marchio famoso per il curvy di alta gamma?
Antonio Berardi: Curvy è un termine dalla valenza positiva di sensualità. In passato aveva connotazioni differenti, così come era diversa la fascia d’età a cui si rivolgeva, faceva subito pensare a un certo tipo di signora. Io non la vedo così, perché nella realtà la taglia standard è una 44 e le donne hanno tante forme diverse: nel disegnare per Marina Rinaldi non mi sono discostato un granché dal mio modo di lavorare, pren- do sempre in considerazione tutti gli aspetti della persona che sto vestendo.

Una capsule collection per tutte? 
Esatto, non l’ho creata con il preconcetto di dedicarla solo a silhouette morbide. È essenziale, ogni pezzo ha qualcosa da dire, che sia un accessorio o una giacca. Sono una decina di modelli da vivere stagione dopo stagione, ne basta anche uno solo per definire il proprio look.

Ma se quegli abiti potessero parlare, quale sarebbe il loro messaggio?
Di non lasciarsi forzare da certe dinamiche. Molte cose sono cambiate ma la moda resta fondamentalmente snob e le persone spesso scelgono quello che pensano darà loro uno status, non ciò che le può valorizzare. Con un bugdet illimitato, in tanti comprerebbero il pezzo sbagliato, che pensano di dover avere, anche se poi stanno male con quel modello addosso.

Insomma saper dire di no aiuta anche quando si tratta di fashion?
Sì, quando senti che non fa per te. Anni fa rifiutai Balenciaga e poi Celine, mentre mi presi delle grandi soddisfazioni come ghost designer per Pucci. La collezione vendeva benissimo ed eravamo sulle cover dei magazine più giusti, ma io non potevo raccontare nulla: lì ho capito che quando lavori per un marchio, è il brand che deve emergere, non tu.

Photographer Sherridon Poyer

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