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#WONDERWOMEN: Sara Cavazza Facchini

In conversazione con Sara Cavazza Facchini #WONDERWOMAN de L'Officiel Italia
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Sara Cavazza Facchini è stata anche modella – scoperta da Oliviero Toscani a 16 anni e ritratta sulla copertina di “Graziaˮ –; poi si è laureata in Sociologia con una tesi sulla figura dello stylist. La moda è il suo settore di elezione, che consolida con un Master allo Ied, poco prima di sposare Mathias Facchini, ceo di Swinger International, l’azienda veronese che nel 2011 rileva Genny. Ed è proprio per il marchio che negli anni ’80 e ʼ90, sotto la guida di Donatella Girombelli, era tra i colossi del ready to wear italiano che Sara inizia a seguire vari progetti speciali fino a diventarne, in un paio dʼanni, direttore creativo.

Quali erano i codici del brand?
Era conosciuto per la femminilità, i colori, i ricami; penso ai tailleur, le giacche impeccabili dalle silhouette pulite. Tante signore hanno ancora nell’armadio un capo di Genny, passano gli anni ed è sempre perfetto.

Cosa significa reinterpretare la legacy del brand? Quali elementi permangono e quali sono le novità?
Ho ripreso la femminilità che lo contraddistingue, le forme, per creare abiti armonici, di una eleganza sofisticata. La mia è una donna che viaggia, è indipendente, impegnata nel sociale; deve avere un look per l’ufficio e per il viaggio, deve essere sempre perfetta, mai street. Anche quando indossa i jeans, li abbina a una camicia di seta. Sono capi che seguono la moda ma mai in modo esasperato, devono far sentire bene la donna che li indossa. Per questo quando arriva in azienda un tessuto lo metto addosso, sento se mi piace e sono a mio agio, se mi fa star bene.

Mi racconti il processo creativo che ti porta a definire una collezione?
Nasce da una sensazione, un’idea, un desiderio. Quella per il prossimo inverno è ispirata all’Oriente Express. Ero in un negozio di antiquariato, ho visto delle spille anni Venti, in platino e brillanti. Mi sono venute in mente le forcine, i film di Poirot. Ho comprato il film e l’ho rivisto. Mi sono rifatta a quella eleganza, una donna che viaggia e sceglie per il proprio guardaroba, un look speciale. 

Quanto hanno inciso gli studi di sociologia nel suo lavoro?
Sono studi che ti insegnano a rimanere aperta sul mondo. Piccoli messaggi, parole, ti aiutano a capire quello che gli altri desiderano. Do una risposta a bisogni, che sono però sempre interpretati dalla mia ricerca stilistica. Lo stesso succede con i materiali, la maglieria. 

Incide, su un brand, la visione creativa femminile?
Non credo... Penso ai grandi, come Valentino o Versace. Non c’è differenza se sei un genio.

E in quella imprenditoriale?
Non c’è differenza, ma separerei i due ruoli, il direttore creativo lavora di estetica, di ciò che ti colpisce, ti stimola. L’imprenditore ha a che fare con i numeri, è sui conti. 

Cosa è lʼinnovazione nella moda?
Dal punto di vista strategico, saper espandere il brand – non solo il prodotto – anche nella vita reale.

Ha a che fare con la sostenibilità?
Molto. Tre anni fa abbiamo dato il via a un progetto sulla sostenibilità, una “etichetta dei valori”, non solo per i materiali, che sono nobili, come le sete e i cotoni – quest’inverno nella collezione ci saranno tre tessuti: la seta, il principe di Galles e il gessato in lana reciclata, totalmente naturale. È una etichetta nella quale Genny racconta cosa c’è nel capo, per dare consapevolezza al cliente. Quindi dove viene prodotto, da chi, attesta che le persone sono state pagate regolarmente. I nostri capi sono fatti in Italia, lo stile, la sartorialità, i ricami sono realizzati dalle nostre sarte. A volte lo diamo per scontato, ma è importante. Bisogna sempre lavorare sul brand con rispetto. Lavorare con coscienza. È una sensibilità che ho portato in azienda. 

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