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#WONDERWOMEN: Paula Cademartori

In conversazione con Paula Cademartori #WONDERWOMAN de L'Officiel Italia
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Brasiliana di Porto Alegre, Paula Cademartori studia progettazione industriale nel suo Paese ma, appassionata di moda fin da bambina, a 21 anni si trasferisce a Milano per un master in design dell’accessorio allʼ Istituto Marangoni. Dopo tre anni da Versace partecipa alla selezione di “Vogue Talentsˮ con una collezione di scarpe che cattura l’attenzione dei fashion insiders. A pochi mesi di distanza, nel 2010, lancia il suo marchio, di cui Renzo Rosso acquisterà la quota di maggioranza nel 2016. Una partnership finita lo scorso ottobre, quando Paula è tornata al 100% proprietaria del brand. Le sue borse da fumetto pop, in colori flashy, quelli di Matisse e del gruppo Memphis, piccoli prodigi di intarsio, rigorosamente prodotte in Italia, svelano a un esame ravvicinato il lusso di una serie di dettagli curiosi, intrigando la bambina presente in ogni donna, come sofisticati giocattoli per grown up.

Siamo in un momento importante di affermazione femminile nella moda...
Oggi più che mai c’è bisogno di donne che si costruiscano la propria strada, di spiriti pionieri che si attivino per cambiare le cose, di menti liberate in corpi autentici.

Come è nata la tua passione per la moda?
A sette anni ero già ossessionata dalle scarpe, non nel senso che mi piaceva provarle, ma che volevo fabbricarle io stessa. Del resto mi costruivo da sola i giocattoli, la casetta delle bambole con le scatole da scarpe e le bambole di carta coi loro vestiti.

Sei partita dalle scarpe, ma sei più conosciuta per le borse.
Sono due processi mentali separati: la scarpa appartiene all’ordine della seduzione, va progettata per enfatizzare il sedere, la borsa deve essere funzionale. Ho iniziato con modelli di piccole dimensioni come La Petite Faye, con la sua forma all’epoca totalmente innovativa e i suoi cinque scompartimenti interni, funzionale di giorno per lʼorganizzazione dello spazio interno ma così piccola da poter essere usata anche la sera.

Come sei riuscita ad affermare il tuo brand?
Mi sono buttata, semplicemente non accettavo i no. Quando mi dicevano no mi chiudevo in bagno, piangevo, urlavo e ricominciavo. Per dare l’impressione che la mia fosse un’azienda minimamente strutturata mi sono inventata due assistenti finte, in realtà rispondevo sempre io, cambiando la voce. Ma già alla seconda collezione ho avuto come clienti i primi 10 negozi del mondo. E devo molto ad Anna Dello Russo, fotografata con una mia borsa alla fashion week di New York: è bastato a farmi immediatamente contattare da tantissimi altri influencer. È successo tutto così in fretta che facevo tutto io, ero manager, designer, direttore commerciale...

Come crei i tuoi modelli?
Ascoltando musica. È il ritmo che mi fa selezionare i colori in accostamenti solo apparentemente clashing, perché in realtà la musica mi fa capire come i colori si parlino.

I tuoi designer preferiti?
Sono una super fan di Miuccia Prada, non vedo l’ora di vedere cosa farà con Raf Simons. E poi mi piace molto Maria Grazia Chiuri, se potessi vestirmi couture starei con le piume indosso tutto il giorno, in Valentino o Dior. Trovo anche molto interessante la scena emergente della moda africana: l’anno scorso sono andata a Lagos per un talk e sono impazzita per Duro Olowu. Non ho mai comprato quello che va di moda, devo innamorarmi perdutamente di un vestito o di un accessorio prima di farlo mio. Del resto neanch’io faccio moda. Tutto quello che disegno è un oggetto da collezione.

Quai sono i tuoi progetti futuri?
Avevo un progetto pazzesco per il Salone del Mobile, che non c’è stato, con Supernova, un’azienda britannica di economia circolare. Adoro l’idea di prendere qualcosa di trash e trasformarlo in qualcosa di bello. È il mio primo progetto sostenibile. Del resto il Covid-19 ha reso la progettazione sostenibile ancora più attuale, proprio come ha rimesso al centro del dibattito la questione dell’etica, dell’ambiente, della solidarietà e della coscienza. E mi piacerebbe continuare con la ceramica, dopo la collezione disegnata per Bitossi. È una mia grande passione, in casa sono piena di pezzi di Fornasetti, Ginori, del gruppo Memphis. Per i dieci anni del marchio, invece, ho reinterpretato alcuni modelli speciali e ne ho rieditati altri, oltre a lanciare naturalmente una serie di nuovi modelli, perchè la borsa cambia al ritmo del mutare del telefono.

Ti arrabbi quando ti copiano?
Mi fa felice, vuol dire che ho introdotto una nuova estetica… Vorrei ricordare che quando è nato il mio marchio le borse Gucci firmate da Alessandro Michele non esistevano ancora, era praticamente impossibile trovarne in giro di così esuberanti, in grado di trasmettere good vibes.

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