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Eva Yerbabuena

«Ogni uomo è l’ombra di una donna: le dà rifugio o, al contrario, la fa rabbrividire. Non v’è segreto cui una donna possa resistere e José Valencia [il cantante alle sue spalle, ndr] mi sussurra ciò che immediatamente dopo, nello spettacolo, cerco di esprimere».
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Buio.
E un cono di luce. La Maestra entra subito in scena, ma è un apparire che immediatamente scompare. Il palcoscenico viene attraversato per metà, a diagonali divergenti, ad intervalli di buio e cono di luce. È un esserci spezzati, a metà, sul palco del Teatro Grande di Brescia.

Poi, un uomo. Canta alle spalle della Maestra e le sussurra qualcosa all’orecchio.
Maestra, chi è quell’uomo e cosa le sussurra?

«Ogni uomo è l’ombra di una donna: le dà rifugio o, al contrario, la fa rabbrividire. Non v’è segreto cui una donna possa resistere e José Valencia [il cantante alle sue spalle, ndr] mi sussurra ciò che immediatamente dopo, nello spettacolo, cerco di esprimere».

Ed è così che il palco viene del tutto svelato. Mentre un violino, una chitarra, le percussioni e due voci giocano ad inseguirsi. Il corpo di Eva Yerbabuena segue il ritmo dettato dagli strumenti, mentre le voci sembrano un controcanto a quella danza.

Forse, “Ay!” è lo spettacolo più intimo ed intimista della Maestra Yerbabuena. “Ay!” è il grido più simbolico del flamenco e rappresenta dolore, rabbia ed egualmente allegria e festa. Le chiedo perché abbia deciso di esporsi al pubblico in maniera così profonda.

«“Ay!” è tutta una questione di tempo. Molti gli anni di esperienza e, dopo aver vissuto la gestazione di un’altra vita (quella della mia seconda figlia), non volevo altro che approfondire il senso e l’esperienza.
I costumi, le voci, la musica, le luci sono una seconda pelle che rende possibile la stimolazione di uno stato d’animo, necessaria per trasmettere e condividere con il pubblico tanto ciò che vien fuori di più profondo, quanto ciò che resta superficiale».

E sono gli abiti, le voci, gli strumenti di scena e quelle luci a tratti caravaggesche, così nette, che disegnano, più che illuminare, a contribuire alla nascita delle sensazioni.
E quella sedia strana, dalle linee sbieche, piantata saldamente al palcoscenico. Cosa vuol dire quella sedia cui l’Artista quasi si crocifigge, a un certo momento?

«Ciò che nella nostra vita riteniamo sicuro e confortevole è ciò che ci mortifica e ci fa sentire come in letargo, ma quel letargo è un periodo che non potremo mai riavere indietro. Quello che mi fa andare avanti è proprio la voglia di dimostrare che le cose non sono quello che sembrano, la voglia di rischiare e affrontare tutto ciò che può generare in me un dubbio. Poche strade nella vita sono eternamente dritte».

Donna di spettacolo, donna di vita, poliedrica.
Eva Yerbabuena è stata volto di Loewe, Missoni e Cortefield, ma anche attrice in Flamenco Women (1997) e Hotel (2001) di Mike Figgis.

«Mi è davvero piaciuto vestirmi di tutto punto e prestare la mia immagine per questi brand. Per me, è stato un vero privilegio. Mi sono divertita e ho capito quanto un grande professionista possa farti sentire camaleontica…
E, poi, adoro il cinema e la recitazione, ma in realtà sono sempre apparsa, nei film cui ho preso parte, come me stessa. Danzavo e questo non è certo qualcosa di nuovo. Anche se l’occhio dietro la telecamera, spesso, consente di mostrare al pubblico aspetti di me stessa che nemmeno io conosco.
Eppure, mi piacerebbe molto (e non credo sia impossibile) lavorare su questo aspetto e, dal momento che siamo in Italia, non mi dispiacerebbe una collaborazione con alcuni registi italiani come Silvio Muccino. Penso che alcuni di loro, che seguo da tempo, abbiano una sensibilità unica».

Quindi, direi, un amore per l’Italia…

«Sì, amo l’Italia. Penso sia un Paese con una storia antica ed una tradizione culturale molto interessante, come la Spagna. Sono molto più numerosi i legami che ci stringono che quelli che ci differenziano».

Ay, Maestra.
AY!
 

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