arte

Steve McCurry Vs Michael Vince Kim

by Micaela Flenda
23.03.2018
Il primo è tra i più celebri fotoreporter a livello mondiale, l’altro ha appena vinto il premio People Stories al World Press Photo 2017. Mentre uno ha girato il mondo intero andata e ritorno, il secondo è partito dalle proprie origini.

foto di Elisabeth Sulis Kim e Susi Belianska

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Steve McCurry, classe 1950, nato nei sobborghi di Philadelphia, è uno dei più grandi maestri della fotografia contemporanea e durante la sua carriera quasi quarantennale ha visitato i paesi più sofferenti del pianeta, ha visto le guerre più feroci e nonostante tutto è stato in grado di raccontare storie piene di umanità e sentimento. Basti pensare al famoso ritratto della ragazza afghana, ad oggi considerata une delle immagini più iconiche della storia della fotografia. Michael Vince Kim, classe 1986, è nato a Los Angeles da famiglia coreana ed è cresciuto in Argentina. Ha iniziato a lavorare con la fotografia da un paio di anni ma questo non gli ha impedito di vincere il primo premio del più rinomato contest per la fotografia, il World Press Photo, nella categoria People Stories, grazie al suo progetto “Aenikkaeng”, una serie fotografica che documenta le comunità coreane sopravissute alla deportazione di inizio ’900 tra Messico e Cuba. McCurry ha vinto lo stesso premio nel 1985 e nel 1992, in ordine nelle categorie General News, Daily Life, Children’s Award e Nature. Due fotografi molto diversi tra di loro ma che hanno molto chiaro qual è l’obiettivo del fotogiornalismo oggi e che ruolo

abbiano responsabilità etica e credibilità in questo lavoro. Per Michael Vince Kim «prima di tutto è imperativo per un fotoreporter raccontare una storia in modo consapevole ed essere ben informato, pur non pretendendo di essere il detentore dell’oggettività e della verità. Le fotografie sono intrinsecamente di parte - sono una copia della realtà, o in termini semiotici, un segno indicativo di una realtà esistente una volta. Tuttavia, c’è molto che succede prima, durante o dopo lo scatto». Per Steve McCurry la più grande responsabilità è quella di narrare storie di persone autentiche: «I protagonisti dei miei lavori sono prima di tutto le vittime, i rifugiati, gli abbandonati, coloro che subiscono le scelte dei potenti. Credo che i soggetti più fragili dell’umanità siano in realtà coloro che più fortemente sanno descrivere l’anima del mondo. In questo modo la fotografia è diventata un mezzo per portare a conoscenza ciò che accade nei paesi più sofferenti e per aiutare le persone che vivono situazioni drammatiche come guerra e povertà». Inevitabilmente la soggettività del fotografo influenza la scena e parlando di veridicità dell’immagine: «il fotogiornalismo è prima di

tutto informativo», spiega Vince Kim, «e in quanto tale, la veridicità è comprensibilmente un argomento oggi molto discusso. Per quanto poco intuitivo possa sembrare, credo che l’apertura di un fotografo alla propria soggettività sia fonte di fiducia e credibilità, il resto va preso con un po’ di buon senso. Non esiste una verità assoluta quando si tratta di rappresentazione della realtà; i sensi umani sono fallibili, così come le fotocamere che catturano una frazione bidimensionale della realtà». McCurry si è concentrato sulle conseguenze della guerra mettendo sempre in evidenza il lato più intimo e personale del volto umano: «Quando si ha l’occasione di lavorare con uomini e donne di ogni cultura e stato sociale bisogna avere chiaro che ciò che è veramente fondamentale è dare rispetto e dignità ai propri soggetti. Voglio che queste persone abbiano una voce e che comunichino la loro storia personale. L’empatia porta proprio a questo, un’affascinante combinazione di emozioni uniche e irripetibili. Le fotografie più iconiche sono tali perché raccontano le grandi storie di gente comune». Anche per Vince Kim l’empatia gioca un ruolo importante nel suo

lavoro. «I soggetti che ritraggo nei miei progetti sono coreani che sono stati sfollati con forza o con l’inganno. Sono anch’io coreano e le questioni relative alla migrazione e all’identità sono sempre state al centro della mia vita. I miei stessi genitori sono emigrati in Argentina per sfuggire alla povertà in un paese lacerato dalla guerra. Quando ho incontrato le persone che ho ritratto, abbiamo parlato delle nostre radici comuni, delle nostre differenze culturali e della strana sensazione di desiderio per il paese dei nostri antenati, che è cambiato così tanto nel secolo scorso. Alla fine ti rendi conto che condividiamo per lo più somiglianze e questo non è solo dovuto alle nostre origini. Questo vale per tutte le culture in qualsiasi parte del mondo: siamo tutti simili ed è proprio l’empatia che ci permette di riconoscerlo». Secondo John Berger il contenuto di una fotografia è invisibile ed è collegata al tempo. In questi termini, una a fotografia, in quanto testimonianza di una scelta umana esercitata, non è tra fotografare x e y; piuttosto tra fotografare al momento x o al momento y. In questo processo è interessante chiedersi dove si collocano istinto e ragione. Se per McCurry istinto ed empatia vanno a

braccetto: «Quando fotografi persone che vivono le più grandi tragedie umane il tempo dello scatto cattura un attimo della loro vita e della loro sofferenza. Gentilezza e rispetto sono ciò che portano ad una fotografia viva e vera». Per Vince Kim ragione e sentimento sono entrambi coinvolti nel processo creativo: «Il modo in cui mi approccio a un progetto è innanzitutto facendo ricerche approfondite. Tuttavia, l’atto di fotografare è per lo più istintivo. Si tratta di essere consapevoli e sensibili a ciò che stuzzica la tua curiosità, in base alla tua precedente conoscenza della materia». Se non avessero scelto la carriera della fotografia avrebbero mai potuto intraprendere un lavoro che li tenesse lontani dal desiderio di raccontare storie e persone? Vince Kim pensa al mestiere di musicista, magari scrittore: «Quello che è importante per me non è quello che fai, ma quello che hai da dire e come lo dici. Non escludo l’idea di espandere il mio lavoro oltre la fotografia». McCurry: «Se non fossi stato fotografo, avrei sicuramente fatto il regista. Tutto il mio lavoro nasce dall’esigenza di raccontare storie e il medium cinematografico descrive perfettamente il fluire del tempo di una storia». Riguardo una visione generale del futuro, se dovessimo scegliere tra ottimismo e pessimismo? Vince Kim non ha dubbi: «Nella mia testa risuona ciò che Tomasi di Lampedusa ha scritto ne Il Gattopardo: “Tutto sarà lo stesso mentre tutto sarà cambiato”. Si impara dal passato e, sebbene siano lenti, dei progressi sono stati fatti». Per McCurry invece: «Nonostante i conflitti mondiali e la situazione negli Stati Uniti sia molto controversa (il razzismo piuttosto evidente, l’attenzione sulla questione ambientale ancora troppo poca), non possiamo perderci d’animo e dobbiamo avere fiducia nel futuro»

Cover: La macchina fotografica analogica di Michael Vince Kim. (Foto di Elisabeth Sulis Kim)
Foto1.Michael Vince Kim. (Foto di Elisabeth Sulis Kim)
Foto2. Il ritratto di Steve McCurry. (Foto di Susi Belianska)
Foto3. Il ritratto di Michael Vince Kim (foto di Elisabeth Sulis Kim)
Foto4. McCurry con la sua macchina fotografica
Foto5. McCurry  nel suo studio. (Foto di Susi Belianska).
Da vedere, in Italia, fino al 3 giugno “Steve McCurry. Icons”, Scuderie del Castello Visconteo, Pavia

 

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