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Gina Beavers

44 anni, newyorkese, il MoMA le dedica una personale dal 31 marzo fino a settembre. Le sue opere riflettono sul quotidiano, in quest’epoca guidata dai social media, come la fascinazione per il cibo (food porn) o per i tutorial di make up. Esplora in ultimo la storia dell’arte, in particolare le opere di Van Gogh, indagando la condizione della donna in un settore ancora troppo maschilista
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“Yoga Ball bowling ball 8 ball golf ball”, 2017

Gina Beavers (1974) trasforma l’immaginario dell’internet in dipinti in rilievo che trasportano l’immateriale natura dell’universo digitale in composizioni tangibili che s’impongono per la loro fisicità. Da un lato permane l’impalpabile dell’immagine piatta virtuale dall’altro emerge il corpo nella sua materialità. Ma qual è la relazione fra i due mondi che l’artista americana ricerca nel suo lavoro? Così racconta: «Penso agli aspetti fisici dell’opera come all’incarnazione della comunicazione, con l’intento di raggiungere una connessione con l’altro attraverso il digitale, in un certo modo per vivere l’aspetto socializzante dei social media. È l’impulso narrativo di raccontare una storia, che caratterizza anche la tecnica del bassorilievo. Gli scultori riescono più facilmente a creare una storia con personaggi in rilievo, e in maniera simile fanno i social media con una loro nuova forma narrativa». I soggetti ricorrenti nei dipinti di Gina Beavers sono quelli della vita di tutti i giorni, quelli che incontriamo nello scroll delle nostre bacheche - foto di piatti, tutorial per il trucco, corpi sportivi etc. -, e che sembrano riflettere lo stato del contemporaneo al tempo stesso sollevando domande su questioni legate all’identità di genere, al senso di comunità e alla società dei consumi più in generale. 

All’inizio della sua ricerca, all’incirca nel 2012 quando lavorava alle prime composizioni sul tema del cibo, instagram era agli albori ma nell’aria c’era già il sentore di qualcosa di nuovo. «Scelgo i miei soggetti secondo un metodo tipicamente pittorico, cioè guardando e riflettendo il mondo che vedo intorno a me, e questo accade principalmente all’interno del mio telefono. Molti pittori dipingono ciò che vedono e prima di avere l’Iphone nel 2010 il mondo intorno a me erano edifici, alberi, forse qualche ricerca su google, ma è stato solo quando ho avuto il mio primo smartphone che la pittura ha iniziato davvero a riflettere ciò che vedevo dentro il telefono. Il mio interesse per gli elementi culturali dell’immagine deriva anche dai miei studi di antropologia e dall’essere cresciuta in diverse città». Alcuni suoi dipinti ricordano quelle che classicamente si definiscono “nature morte” ovvero raffigurazioni di oggetti inanimati e di vario tipo, da fiori e frutta ad animali, strumenti e altri elementi del quotidiano. Soprattutto i quadri a tema “cibo” offrono un’indagine di come le persone vedono e fotografano ciò che mangiano, a volte creando delle composizioni straordinarie, forse influenzati da una memoria visiva che rievoca quadri antichi o più semplicemente le pubblicità. Diversamente i dipinti con soggetto “trucco” sono più legati alla tecnica cinematografica - e risentono della passione dell’artista per il surrealismo, si pensi alla scena dell’occhio di “Un chien andalou” di Luis Buñuel - e ricordano fotogrammi in serie che gradualmente mostrano l’evoluzione dell’azione.

«Non so se lavorerei con pitture a impasto se non avessi visto Van Gogh. Ma è anche divertente criptare questi riferimenti in  modo giocoso come artista donna che fa i conti con una storia dell’arte fortemente maschile»

Dal 31 marzo al 2 settembre 2019, il lavoro di Gina Beavers sarà presentato al terzo piano del MoMA PS1 nella mostra ‘The Life I deserve” - titolo tratto dalla didascalia di una foto di un cono gelato dipinto dall’artista qualche anno fa, che vuole catturare l’ampiezza della rappresentazione della vita sui social media assieme all’elemento di elevazione del sé inerente al mezzo espressivo. Le opere esposte saranno una selezione della produzione degli ultimi 5 o 6 anni e presenteranno diversi corpi del suo lavoro (seguirà anche la pubblicazione di un libro grazie al supporto della galleria Gnyp di Berlino). I lavori più recenti e inediti sono delle parodie omaggio a figure iconiche della storia dell’arte. Racconta l’artista: «Uno degli aspetti che ricorre nei tutorial di make-up e nella pittura del corpo e che m’interessa molto, è la ricreazione di famose opere d’arte sul viso e sul corpo. Ci sono molte immagini di body painting alla Jackson Pollock, o con la “Notte stellata” di Van Gogh dipinte su tutto il viso, sul busto e sul seno, sono grandiose. Penso che gli artisti lo facciano per riverenza, per tracciare una linea tra la loro abilità come pittori e l’opera originale. Quando traduco queste immagini in dipinti che poi allestisco in una galleria o in un museo, il contesto si inverte.

Le opere sono spesso le più familiari della storia dell’arte e metterle in evidenza in un contesto ufficiale appare troppo ovvio o imbarazzante alla gente, che lo legge come uno scherzo. E in un certo senso lo è, ma riflette anche la loro vera influenza sia culturalmente che artisticamente. Non so se lavorerei con pesanti pitture a impasto se non avessi visto Van Gogh da bambina. Ma è anche divertente criptare questi riferimenti e questi contesti in modo giocoso come artista donna che fa i conti con una storia dell’arte fortemente maschile». La pittura - mezzo espressivo che Gina ha scelto come suo principale linguaggio - le permette, infatti, di restare in contatto con un’intera storia che l’ha preceduta. Come se stesse lavorando sulla tela ma la forma in sé non le appartenesse, come un vecchio mobile che è stato nella casa della nonna per decenni e seppure ridipinto e decorato avrà sempre la sua storia. Secondo la lezione dello scultore svedese Claes Oldenburg, la sfida di Gina Beavers è di dire qualcosa di nuovo in Pittura, e il rilievo aiuta a creare interferenze nella creazione di quadri realisti. Se dovesse dipingere direttamente da una fotografia, l’opera apparirebbe come un dipinto fotorealistico, mentre costruendo strati di acrilico s’innesca una battaglia per combattere il materiale e farlo apparire come l’immagine originale. Creando la sfida, si crea infine un linguaggio tutto personale.

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