Rompere il silenzio - L'Officiel
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Rompere il silenzio

Nel progetto ”Cheer Up Luv”di Eliza Hatch, inglese 23 anni, le donne raccontano le diverse forme di molestia subite. Perché, il caso “Me Too” l’ha dimostrato, parlarne significa diventarne consapevoli.
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Foto Eliza Hatch 

Danielle: «Viaggiavo in bus in Croazia quando un ragazzo mi si è seduto accanto. Avvicinandosi ha tentato di infilare la mano sotto la mia tuta. C’era una coppia seduta poco distante, ma non ha reagito. E quando sono scesa mi ha persino toccato il sedere»

Un anno fa la giovane fotografa inglese Eliza Hatch è stata avvicinata da uno sconosciuto che le ha urlato “Cheer up!” (“su con la vita”, un po’ l’equivalente di “fammi un sorriso”). Situazioni simili le erano capitate centinaia di volte, ma quell’episodio in particolare l’aveva infastidita. «L’ho raccontato alle mie amiche, ed è finita che ci siamo scambiate aneddoti per un’ora, parlando di molestie come se fossero la cosa più normale del mondo», racconta la Hatch. A quel punto la fotografa ha realizzato che il problema «non era solo la molestia sessuale in sé, ma la mancanza di consapevolezza che la circondava». Così ha iniziato a lavorare al progetto ”Cheer Up Luv” (@cheerupluv, www.cheerupluv.com), fotografando e intervistando ragazze nei luoghi in cui avevano subito molestie: alla stazione, al bar, al supermercato, per strada, sui mezzi pubblici. «Quando ho iniziato a chiedere alle donne se avevano vissuto molestie sessuali mi aspettavo non volessero parlarne. Ho ricevuto due tipi risposte. ”Oddio, quale delle mie 10 storie vuoi sentire?”. E ancora, ”Non sono certa che mi sia mai capitato qualcosa del genere”», racconta Eliza. Il racconto collettivo nato da ”Cheer Up Luv” si inserisce in quello che ha coinvolto le donne di tutto il mondo a partire dallo scandalo Harvey Weistein lo scorso ottobre.

Dorina: «Passeggiavo a Manhattan, quando un uomo assieme ai figli, incrociandomi, ha sussurrato “mi piacerebbe assaggiare la tua cioccolata“. La cosa che più mi ha disgustato è che sua figlia ha dovuto assistere alla scena mentre il figlio, imparava dalle azioni del padre»

Krupa: «Ero in anticipo per il lavoro e per ammazzare il tempo mi sono seduta su una panchina. C’era un uomo poco distante da me; si è avvicinato e ha tirato fuori il pene guardandomi fisso negli occhi mentre si toccava»

Olivia: «Un uomo in auto mi ha domandato dove fosse la St. Mary’s Church. Mi ha chiesto di controllare la cartina. Quando mi sono sporta in avanti mi ha detto che gli piaceva la mia gonna e che avevo un bel culo. Poi mi ha invitato ad entrare in macchina»

Elaine: «Stavo facendo jogging quando due uomini si sono avvicinati e uno di loro ha detto “Ti andrebbe una cosa a tre?“. Gli ho detto di togliersi dai piedi e ho continuato a fare stretching. Lui mi ha risposto di smetterla di piegarmi perchè lo stavo eccitando»

Tash: «Stavo distribuendo bibite in lattina quando un uomo me ne ha strappate di mano alcune. Gli ho chiesto di aspettare il suo turno e lui, lanciandomi addosso i vuoti, ha gridato “troia” e “puttana”. Nessuno ha provato a fermarlo»

Da quando diverse attrici di Hollywood hanno reso pubbliche le accuse di molestie sessuali nei confronti del produttore, milioni di donne hanno deciso di raccontare gli abusi subiti. Il movimento ”Me Too” è dilagato come una marea, sui social network e anche fuori: tra il mondo del cinema, dei media, dell’arte, della tecnologia e della politica, sono stati accusati di molestie o aggressioni decine di uomini potenti. Spinte l’una dal coraggio dell’altra e portatrici di una nuova consapevolezza, le donne hanno messo da parte il silenzio e l’accettazione davanti a molestie sessuali, abusi e violenze e hanno iniziato a parlare. Il tappo è saltato. Lo scossone al sistema di potere è stato dirompente, tanto che il magazine Time ha deciso di nominare “persona dell’anno” le “silence breakers“, ovvero, le donne che hanno rotto il silenzio sulle molestie sessuali, premiando un movimento che ha dato voce a ogni etnia, classe sociale, occupazione e virtualmente ogni angolo del pianeta. Una sorta di “rivoluzione del rifiuto” fermentata per decenni nelle donne costrette quotidianamente ad affrontare approcci non desiderati, commenti imbarazzanti o vere aggressioni sessuali, e che ha acquistato forza nel momento in cui queste storie sono iniziate a venire fuori. Dopo ”Me Too” è arrivata ”Time’s Up”, campagna promossa dalle celebrities di Hollywood all’inizio di gennaio: diverse attrici si sono presentate vestite di nero in segno di protesta alla serata di premiazione dei Golden Globes. «La questione delle molestie sessuali è stata per molto tempo repressa dalla società, le donne sono cresciute abituandosi a vivere queste situazioni spiacevoli e passare oltre. Io stessa l’ho provato: era semplicemente più facile dimenticare e andare avanti», afferma Eliza Hatch.

Jess: «Mentre tornavo a casa, un tipo ha inchiodato in mezzo alla strada e mi ha chiesto di salire in auto. Ho risposto di no, ma lui ha insistito: “Sali in macchina o ti metto sotto!“. Ho gridato e ho tirato un pugno sul cofano e solo a quel punto sono riuscita a scappare»

E prosegue: «Adesso che le donne stanno parlando, invece, come ha recentemente spiegato la scrittrice americana Rebecca Solnit, anche persone che non avevano mai fatto attenzione al tema delle molestie sessuali sono state costrette a riconoscere quanto questo fenomeno sia assolutamente pervasivo». Il sistema di potere che consente le molestie è lo stesso che fa sì che in Italia, secondo l’Istat, il 31,5% delle donne tra i 16 e i 70 anni abbia subito nel corso della vita una qualche forma di violenza fisica o sessuale da parte di compagni, mariti, parenti, conoscenti o sconosciuti. Troppo spesso si considerano questi episodi come “panni sporchi da lavare in casa”. Anche su questi abusi, invece, va rotto il silenzio, abbandonando stereotipi e false rappresentazioni. Un modo per farlo è diffondere consapevolezza. Da qualche anno è online ”Chayn”, un progetto open-source indipendente fondato da Hera Hussain (pakistana, vive a Londra) con l’obiettivo di fornire strumenti e informazioni (anche di tipo legale) per le donne che vivono una relazione violenta o per chi sta loro vicino. Dal 2016 ne esiste anche una versione italiana (www.chaynitalia.org), gestita da un team di volontarie. Una parte del sito è dedicata alla condivisione di testimonianze – comprese quelle positive – di donne, affinché possano diventare “uno strumento per la presa di coscienza individuale e collettiva”. Secondo Eliza Hatch, se non fosse stato per le donne che con il movimento ”Me Too” hanno raccontato le loro storie, «nessuno avrebbe saputo quello che subiamo ogni giorno». Ma è importante «continuare a parlare e a riaffermare cosa non è accettabile. Creiamo una rete di sicurezza per altre donne che vogliono farsi avanti». Ed è per questo che il suo progetto proseguirà: «Vorrei diventasse un libro, uno spazio fisico dove queste storie possano continuare a esistere», conclude.

Monica: «Stavo aspettando la metro quando un anziano si è avvicinato e ha iniziato a farmi domande. Mi ha chiesto se ero single, se ero lesbica e alla fine se poteva mostrarmi il suo pene. Grazie al cielo è passato il treno, altrimenti non so cosa sarebbe potuto succedere»

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