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Nel cuore della Kenya National Reserve di Samburu, gli attivisti di KnotOnMyPlanet hanno stretto una partnership con Tiffany & Co. per porre fine al commercio globale dell’avorio, con il supporto dell’Elephant Crisis Fund e di programmi di conservazione come Save The Elephants
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È da poco passato mezzogiorno quando David Daballen, la mia guida, con tono calmo ma fermo, mi ordina di rimanere immobile. Una grande femmina di elefante si è fermata a una trentina di metri da noi e ora ci annusa curvando la sua grande proboscide prensile in un atteggiamento tra il curioso e il diffidente, con le orecchie protese verso di noi insieme a tutto il resto del suo corpo imponente. C’è una buona ragione: proprio dietro di lei una quindicina di pachidermi, tra cui anche dei cuccioli, attraversano un boschetto di acacia e kigelia alzando nuvole di terra color ruggine, diretti verso una vicina pozza d’acqua. A parte il crepitio dei rami secchi sotto le zampe degli animali e il rumore diseguale dei loro respiri simili a raffiche di vento, la scena si svolge in un silenzio sorprendente. Solo quando la processione è quasi finita la grande femmina si allontana, ricongiungendosi al gruppo e mettendo fine alla situazione di stallo. Dopo aver fatto un respiro profondo - mi sembrava di non aver respirato dal momento in cui gli elefanti erano comparsi - mi rivolgo a Daballen che, spalancando un sorriso, osserva con un forte accento keniota: «Non è incredibile?». «Di più, indimenticabile», gli rispondo.

Finché non hai l’occasione di vedere da vicino un elefante, di guardarlo negli occhi, di osservare la tenerezza tra una madre e il suo piccolo, di ammirare un branco che percorre con grazia la distesa erbosa di una savana dorata, è difficile conciliare l’immagine classica tramandata dalla cultura popolare con un animale vivo e vegeto. Il primo incontro con una creatura di cui si è sentito tanto parlare ma che non si è mai vista con i propri occhi in un contesto naturale è sempre accompagnato da un senso di incredulità, di turbamento. E per i gruppi come “Save the Elephants” questa rivelazione è esattamente il punto.

Fondata nel 1993 da Sir Ian Douglas-Hamilton, zoologo ed esperto di elefanti, Save the Elephants conduce ampie ricerche sul campo per salvaguardare una popolazione di circa 900 esemplari che vivono nella riserva nazionale di Samburu, lungo le rive del fiume Ewaso Ng’iro nel Kenya settentrionale. Pioniere nel suo campo, Douglas-Hamilton è stato uno dei primi studiosi a dare l’allarme sugli effetti devastanti del bracconaggio: le ricerche che ha condotto tra il 1979 e il 1989 sono state fondamentali per la messa al bando mondiale del commercio dell’avorio. Anche se si sono ottenuti buoni risultati in questo senso, il bracconaggio e le vittime causate per mano dell’uomo rappresentano una seria minaccia per le popolazioni indigene di elefanti, non solo in Kenya ma in tutto il mondo. 

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David Daballen, responsabile delle operazioni sul campo di STE; un ranger che fa la guardia contro i bracconieri; Krissie Clark, co-fondatrice della fondazione PAMS e Sir Ian Douglas-Hamilton, fondatore di STE e zoologo.

Basta un semplice sguardo alle statistiche per rendersene conto. Tra il 2007 e il 2015, la popolazione di elefanti africani si è ridotta di 110.000 unità, diminuendo del 30% tra il 2007 e il 2014 - secondo i dati dei censimenti più recenti. Nei parchi e nelle riserve di ogni parte dell’Africa, i numeri sono altrettanto impressionanti. Il Gambia National Park nella Repubblica Democratica del Congo ha registrato un calo della popolazione da circa 10.000 unità dell’inizio degli anni novanta ai poco più di 1.000 di oggi. In Ciad, lo Zakouma National Park, ha visto ridursi i suoi esemplari a circa 450 rispetto ai 5.000 segnalati nel 2002. E la minaccia rappresentata dai bracconieri si estende anche a chi si adopera per proteggere gli elefanti. Nel 2017, Wayne Lotter, ambientalista di spicco e co-fondatore del PAMS - una Ong con sede in Tanzania che organizza attività di antibracconaggio per il governo - è stato ucciso mentre si stava recando in un hotel nella capitale Dar es Salaam. Se in Giappone e in Cina sono stati fatti importanti passi avanti per tagliare la domanda di avorio alla fonte - la Cina ad esempio ha messo al bando la vendita dell’avorio - nel Sud-Est asiatico, in particolare nei paesi del Triangolo d’Oro (tra cui Vietnam, Laos, Myanmar e Thailandia) esiste ancora un fiorente mercato nero.

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Frank Pope, Ceo di STE, usa un sistema GPS avanzato per rintracciare gli elefanti della riserva, mentre è alla guida di un ricognitore; gli appunti di Daballen presi sul campo; una delle Rover di STE usate per il pattugliamento “abbellite” da disegni realizzati a mano.

Negli ultimi anni, Save The Elephants ha adottato una strategia decisamente unica: coinvolgere nelle proprie attività lo star system e il mondo della moda, per fare in modo che il messaggio dell’organizzazione giunga direttamente ai potenziali consumatori di avorio. Tra i suoi vari sostenitori, STE ha collaborato con l’importante maison americana Tiffany & Co. per sensibilizzare l’opinione pubblica attraverso una serie di campagne e iniziative. Lanciata nel 2017, la collezione di gioielli “Save the Wild” di Tiffany dona il 100% dei proventi delle sue vendite all’Elephant Crisis Fund e al Wildlife Conservation Network, entrambi elargitori di fondi e partner di gruppi come Save The Elephants e PAMS. Arruolando ambasciatori di alto profilo come Cara Delevingne, Doutzen Kroes e Naomi Campbell, la campagna di Tiffany ha fatto molto per raccogliere fondi d’importanza vitale, garantendo che vari gruppi di conservazione possano continuare a svolgere un lavoro di cui c’è disperatamente bisogno.  

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Membri della tribù keniota di Samburu, parenti dei Maasai; la tribù lavora a stretto contatto con le organizzazioni della regione, con la missione di mettere fine al bracconaggio mentre preservano il loro tradizionale stile di vita.

La mia guida a Samburu, David Daballen - che è anche responsabile delle operazioni sul campo di STE - capisce forse meglio di molti altri l’importanza dei finanziamenti del marchio di alta gioielleria. Incaricato di seguire e monitorare gli elefanti nel loro ambiente naturale, Daballen ha un ruolo chiave nell’organizzazione. «Il sostegno economico di Tiffany», osserva, «e la sua capacità di diffondere il messaggio di STE in tutto il mondo è di grande aiuto: più persone abbiamo al nostro fianco, più il pubblico è consapevole e informato dei pericoli che minacciano gli animali selvaggi, meglio è». Secondo Douglas-Hamilton, il sostegno di Tiffany è essenziale per il successo del progetto. «Senza il supporto di Tiffany», mi ha spiegato un pomeriggio davanti a una tazza di tè keniota nel nostro campo base temporaneo in mezzo alla savana, «sarebbe stato impossibile realizzare molte delle cose che abbiamo fatto».

Un’altra delle iniziative di STE, in collaborazione con Tiffany & Co. è la campagna #KnotOnMyPlanet, che consiste nel coinvolgere influencer, modelle e celebrità asiatiche per creare contenuti editoriali incentrati sugli elefanti, documentando esperienze di vita reale nella speranza di cambiare la percezione del commercio dell’avorio per una nuova generazione di potenziali consumatori orientali. Durante il mio viaggio a Samburu, il Ceo di STE Frank Pope e sua moglie, Saba Douglas-Hamilton, figlia di Sir Ian, hanno ospitato un importante attore cinese e una modella e influencer molto nota in Giappone, organizzando servizi fotografici in mezzo alla natura, ricognizioni aeree e visite alle strutture dell’associazione. Una sera, mentre ceniamo sul letto asciutto del fiume Ewaso Ng’iro, vicino all’Elephant Watch Camp - un lodge ecologico che ospita i visitatori della riserva fondata da Oria Douglas-Hamilton, matriarca della famiglia - Saba discute l’importanza di questi scambi culturali e la loro capacità di trasformare la percezione del commercio dell’avorio. «L’interazione con gli elefanti», mi dice, «induce finalmente la gente a considerarli creature reali».

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L’ingresso del centro di ricerca STE nella riserva nazionale di Buffalo Springs; un elefante che si gratta contro un albero.

Lo scopo, prosegue, è quello di tracciare una linea diretta tra l’avorio e l’animale vivente e dissuadere così il pubblico dall’acquistarlo. Se figure di spicco della società cinese o giapponese diventano sostenitrici del divieto del commercio dell’avorio, la speranza è che stuoli di fan seguano il loro esempio. Di sicuro c’è ancora molto da fare per assicurare la sopravvivenza e la protezione della popolazione degli elefanti kenioti e africani in genere. Oggi che sono minacciati anche dagli sconfinamenti di alcune comunità locali in habitat che un tempo erano naturali e incontaminati - un risultato dell’incremento della  popolazione - gli elefanti sono soggetti a un pericolo chiaro e presente nelle menti degli ambientalisti. Tuttavia, dopo aver parlato con gli attivisti di STE, si torna a casa con un sentimento ben lontano dallo sconforto per il futuro di questi affascinanti animali. Ciò che rimane impresso è piuttosto la dedizione e la profonda determinazione di ciascuno nei confronti della propria missione e - forse la cosa più significativa - si va via con un senso di gratitudine per aver potuto condividere qualche giorno della propria vita con creature così straordinarie.

Save the wild

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