Hommes

Woodkid è in tour per "S16" con costumi firmati Louis Vuitton

Yoann Lemoine aka Woodkid sta per partire in tour con il suo nuovo album “S16”, una riflessione sul potere di chi sa ammettere le proprie debolezze e non si vergogna a chiedere aiuto. A firmare i costumi, Nicolas Ghesquière di Louis Vuitton
Reading time 7 minutes
Yoann Lemoine, in arte Woodkid, indossa alcune delle creazioni di Louis Vuitton immaginate per il suo tour da Nicolas Ghesquière, anima creativa della donna della Maison ammiraglia del gruppo LVMH.

Cantante, musicista, scrittore, visual artist e regista. Si definisce così Yoann Lemoine e basta guardare la varietà e il livello dei suoi lavori per dar ragione al 37enne francese, schivo di carattere, straordinario nelle idee. La sua laurea in animazione lo porta a collaborare con Sofia Coppola e Luc Besson, poi inizia a creare campagne pubblicitarie con cui vince una pioggia di premi e firmare videoclip per mega star tra cui Moby, Katy Perry, Taylor Swift, Lana Del Rey, Harry Styles, finché nel 2011 dà un’ulteriore svolta alla sua carriera. Si sceglie Woodkid come nome, entra in sala di registrazione e incide pezzi come “Iron”, “Run Boy Run”, “Goliath”, architetture sonore complesse, appoggiate a ritmiche quasi tribali su cui dispiega la sua voce morbida, per trasportare il pubblico in un mondo malinconico, pur conservando uno spiraglio di speranza. Il tutto supportato da video poderosi, dolenti, raffinatissimi. Di lui anche il mondo della moda si innamora, tanto che il direttore creativo di Louis Vuitton, Nicolas Ghesquière, gli affida all’inizio un video di campagna, seguito, a più riprese, della realizzazione delle colonne sonore delle sfilate della griffe. E disegna per lui tutti i costumi di scena per il nuovo tour che accompagna il secondo album, “S16”, registrato tra Londra, Berlino, Parigi, Los Angeles, Tokyo e l’Islanda, in uscita proprio in questi giorni.

Nelle tracce del nuovo disco si avverte un intreccio di angoscia e speranza, la descrizione di sentimenti cupi, illuminati dalla consapevolezza che, forse, non tutto è per- duto. È uno scenario incredibilmente affine a quanto stiamo vivendo a causa della pandemia, ma tu quando hai iniziato a lavorarci sopra?
Era il gennaio del 2016 e, attraverso la musica, volevo esprimere l’amore per la mia città (Lemoine è nato a Lione, per poi trasferirsi a Parigi, nda) da cui ho imparato molto, anche se ho speri- mentato tanta follia, difficoltà, lo sconvolgimento e al tempo stesso la fascinazione per ciò che di crudo abbiamo vissuto negli ultimi anni, insomma, provavo sentimenti contrastanti. Quando è esplosa l’emergenza covid mi sono domandato se fosse o meno il caso di promuovere un disco così simile a questo particolare momento storico. Chissà se la gente vorrà ascoltarlo, mi sono chiesto, riflettendo più in generale sul ruolo della musica. Credo sia ingeneroso nei confronti del pubblico stabilire una funzione precisa di ciò che compongo, perciò mi sono detto: lasciamo che sia la gente a decidere cosa attribuire alla mia musica, anziché fingere di saperlo io, a priori. 

S16 è in fisica il simbolo dello zolfo che tu hai scelto come titolo dell’album per suggerire un’indagine sulla materia in sé, su cosa compone le nostre cellule e i nostri cuori. Sei giunto a una qualche risposta?
Ho sempre avuto più domande che risposte. Prendiamo ad esempio temi come i cambiamenti climatici o il capitalismo a cui io reagisco sempre in modo non binario, come del resto mi accade riguardo alla mia identità di genere, alla mia consapevolezza, alla mia relazione con il potere, il mio è un meccanismo di attrazione e repulsione.

Se dovessi sintetizzare il messaggio del nuovo disco, come lo definiresti? 
Nell’album parlo del potere che scaturisce dal saper chiedere aiuto. Credo che le persone debbano imparare ad ammettere le proprie fragilità, specialmente quando sono vittime di depressione o dipendenze. Il riconoscere una debolezza è un passo meraviglioso, che precede la vera richiesta di aiuto. Spesso diamo di noi l’immagine di chi ha tutto sotto controllo, ma la verità è che ci sono situazioni in cui puoi controllare poco o niente. A volte ci si perde e allora bisogna chiedere una mano ed essere pronti a stringerla

Nel tuo lavoro è forte la connessione tra suono e immagine, che stimoli ti danno questi due aspetti messi insieme?
Sotto il profilo artistico mi consentono di espandere le mie potenzialità su più fronti, mentre a livello personale mi aiutano a prendere la giusta distanza dalle cose. Se sono sul palco come musicista, oppure dirigo il video di qualcun altro, dimentico tutto, poi stacco e riesco a lasciare andare le cose. Cerco di non dare troppa importanza a ciò che faccio, a considerare che nel mondo ci sono aspetti ben più significativi di un mio disco. Non voglio essere aggressivo nei confronti miei o delle persone che mi ascoltano, in fondo è solo musica. Certo può diventare una forma di consapevolezza sociale e aiutare il mondo a creare una migliore connessione. Non lo stravolge, ma può dare un piccolo contributo. Quando vedi le cose da questa prospettiva, tutto cambia.

Dalla collaborazione con un personaggio chiave della moda come Nicolas Ghesquière, anima creativa dell’universo donna di Louis Vuitton, che cosa ti rimane addosso?
Il rispetto che lui e tutto il team di Vuitton dimostrano nei confronti del mio lavoro. Ci siamo conosciuti quando mi ha commissionato la campagna video con relativa musica per la F/W 2017-18 e ci siamo trovati benissimo. Da lì mi ha chiesto più volte di curare il soundtrack delle sfilate, sempre fidandosi della mia visione. È un processo creativo importante, in cui imparo tanto.

Non ti senti mai sopraffatto da tutti i fronti che tieni aperti?
È da almeno sette anni che sono sempre al limite, del resto è normale per uno come me che ci mette la faccia, che vuole fare le cose da sé. Creare è la mia passione più grande, è una storia d’amore, non una costrizione. Il giorno in cui dovessi fare musica perché devo, cambierei subito il mio approccio. Oggi tutto quello che produco nasce da una passione assoluta, perciò buon per me se sono travolto dalle cose.

Quali sono i tuoi valori dʼartista? 
Credo nelle emozioni e nel talento, inteso come predisposizione individuale, che alcuni hanno e altri no. Quella è la base, ma poi ci devono essere l’impegno e la curiosità. Devi lavorare duro, imparare a usare nuovi strumenti e modi diversi di fare le cose. E devi essere molto critico sulla qualità dei risultati. Per un artista è normale apprezzare il proprio lavoro meno del pubblico, è parte del gioco, significa che stai continuando ad andare avanti.

E cosa ti dà soddisfazione?
Riuscire a completare un progetto, avere un’idea e vederla concretizzata. Ci lavori sopra, cerchi il partner giusto con cui metterla in piedi, trovi i soldi necessari e alla fine prende corpo: questo mi dà gusto, perché è un processo sempre più complicato nell’ambiente musicale, soprattutto quando ti confronti con le grandi case discografiche. È dura riuscire a fare qualcosa che sia davvero out of the box.

C’è qualcosa di nuovo con cui ti vorresti mettere alla prova?
Ho appena girato un video dove per la prima volta recito. Voglio esplorare cosa si prova a impersonare le storie e le emozioni degli altri.

Photographer Collier Schorr

Tags

louisvuitton
woodkid
nicolasghesquiere

Articoli correlati

Articoli consigliati