Hommes

Il nuovo uomo è libero

Caduti anche gli ultimi stereotipi, le sfilate Spring Summer 2020 sono all'insegna della libertà degli stilisti.
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La prima riflessione a sfilate concluse: ormai il range di offerta del menswear è paragonabile a quello della donna, e va ben oltre il superamento dei vecchi stereotipi. E non è solo questione di sfilate coed, di coerenza nella ricerca tra il mondo maschile e quello femminile, di tecniche e fit sartoriali tipici della donna e della couture trasportati al maschile. Non è solo questione di abbattimento di rigidi schemi di genere, di età, di cultura, ma di una generale liberazione dell’immaginario, dove gli stilisti mettono in scena i propri eroi, supereroi e personalissimi fantasmi, icone del rock (Mick Jagger, of course, ma anche Flint dei Prodigy da Versace, gli Spandau Ballet da Dolce & Gabbana), esteti a vario titolo, registi visionari (Fassbinder), street artists, figure di culto per intere generazioni, dal grande Lebowski (da Sacai) a Bruce Lee (da DSquared2). Tra le macrotendenze: i poli estremi dell’oversize e del superskinny, l’assoluta libertà nell’uso del colore, dai clash di toni bold agli accostamenti audaci ma pittoricamente perfetti (Veronique Nichanian da Hermès), ai tanti pastelli, addirittura mixati tra loro (Virgil Abloh da Vuitton). C’è tanto total white e altrettanto total black, più alluring che mai. Lo sport resta un riferimento importante, in una versione più sofisticata, meno generica e più techno (Kenzo e le tute da sub) che in passato. Gli accessori, che fino a qualche stagione fa sembravano un’imposizione del commerciale e apparivano incongrui in mano a modelli che non sapevano gestirli, sono sempre più parte integrante del look, che siano borse, cappelli, gioielli, riflettendo l’effettivo cambiamento nella body attitude dell’uomo reale. Funzionano le silhouettes fluide, spresso stratificate, ma anche quelle iperstrutturate e sharp di un newcomer da tenere d’occhio come Matthew Williams di Alyx. Non si sono mai viste tante stampe floreali, da Dries Van Noten a Vuitton e Valentino, al punto da poterle considerare il simbolo più eclatante dell'avvenuta sovversione di codici. Anche se forse le stampe destinate a lasciare maggiormente il segno saranno quelle, tra street art e underground, di Raf Simons. Aumentano i dettagli che richiedono lavorazioni artigianali, i ricami, l’utilizzo di materiali preziosi o innovativi, le collaborazioni con artisti vari (Roger Dean, autore di mitiche cover di dischi anni 70 da Valentino, Futura da Off-White). Tanti i riferimenti agli anni ’70, vedi i globetrotter psichedelici di Pierpaolo Piccioli da Valentino, mentre da Loewe Jonathan Anderson evoca il fantasma di John Paul Getty sui tetti di Marrakesh e lo spirito libero di Ibiza pre-invasione di massa. I '70 rimangono il riferimento di Hedi Slimane da Celine, con l’inconfondibile fit alla Mick Jagger: giacche aderenti, pantaloni e jeans a vita alta e ampi alla caviglia. Mentre Anthony Vaccarello innesta lo spirito decadente della Marrakesch anni ’70, fondamentale nell’evoluzione dello stile di Yves Saint Laurent, nella “sua" Los Angeles, con una collezione dove le djellabe marocchine si alternano a stilizzatissimi riferimenti West Coast. Mentre da Balmain i disco clubbers di Olivier Rousteing fanno riferimento non solo all’estetica anni ’80, ma anche al significato liberatorio rispetto agli stereotipi di genere diffusosi proprio a partire dai circuiti dei club. 

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