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Techno Napoli

Il cantautorato partenopeo incontra la scena elettronica di Berlino. I Nu Guinea rispolverano gli archivi della discografia anni 70 e 80 con l’album d’esordio toccando Cuba, il Brasile e la Nigeria, per poi ritornare sempre da dove sono venuti. Perché la musica che fai deve dire chi sei, ma soprattutto chi eri
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Foto Robin Kater

«Il nome Nu Guinea ci porta a un immaginario esotico, onirico, astratto, a un luogo esistente ma di cui non hai un’immagine definita, dove si incontrano culture, generi ed etnie per fondare nuovi ibridi musicali. Un luogo che fa sognare». Per raccontare (e ascoltare) alcune storie, è obbligatorio stracciare mappe e munirsi di pennarello per tracciare singolari percorsi di andate, ritorni, deviazioni. Per raccontare (e ascoltare) quella degli eclettici Nu Guinea bisogna partire dal cuore techno di Napoli, dai colori freddi della seconda metà degli anni zero: Massimo Di Lena e Lucio Aquilina, giovanissimi e noti dj-producer incrociano saltuariamente cammini e idee sonore. Sono entità singole ma con un destino comune, che li riavvicina a inizio anni dieci. Quando le loro immagini virano a toni caldi e si sfocano, nella stasi sonora della loro città. La via d’uscita? Se sei costretto a vendere «un paio di sintetizzatori e un bellissimo piano elettrico Rhodes», come raccontano, e fare i conti con la mancanza di sostegno di chi ti vuol riportare sulla via maestra, convinto che la musica sia un hobby e non un lavoro, c’è solo una cosa da fare: cambiare città e ripartire da zero. Con una nuova “forma” che racconti nuove passioni. Ed è allora che tutto torna a fuoco.

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Interni dello studio-appartamento della band.

Addio Napoli e benvenuta Berlino. E benvenuti EP, collaborazioni con artisti come Tony Allen, padre dell’afrobeat, e un album d’esordio, “Nuova Napoli” (NG Records, 2018), ispirato alla commedia noir di Lodovico Gasparini, “No grazie, il caffè mi rende nervoso” (1982), un microcosmo di elettro-fusion che incarna alla perfezione la filosofia di James Senese: la musica che fai deve dire chi sei, dove hai vissuto, cosa fai, chi eri. Prima di trasferirsi Lucio e Massimo, lo spiegano senza giri di parole, erano come in un limbo. «Non era un momento facile. Eravamo in stallo, alla ricerca di un progetto che rispecchiasse il cambiamento dei nostri gusti, orientati a sonorità più “vecchie” e calde. I fondi iniziavano a scarseggiare. Con la techno si guadagnava alla grande, ma per progetti di nicchia, non c’erano risorse». Berlino, nel suo essere isola felice, multiculturale e con un basso costo della vita è il luogo ideale per far saltare confini e far emergere il non-luogo Nu Guinea, con tutti i tempi e i mondi che contiene.

 «Il disco è un omaggio al suono della Napoli dei 70 e 80 ma anche di tutto il mondo in quel periodo: Cuba, Brasile, Nigeria. Un mondo, vastissimo e lontano da cliché, che ci ha fornito continua ispirazione impedendoci di fossilizzarci su una sola idea». Il disco è anche una sorta di riscossa per tutti gli outsider costantemente schiacciati dal mainstream che, come lo spiritello assassino del film di Gasparini, Funiculì Funiculà, è allergico ai cambiamenti di copione. Ma un sound come la vita deve nutrirsi di elasticità, ricerca, contaminazione. Ovvero il pane quotidiano dei Nu Guinea, appassionati anche di “crate digging”, caccia ai tesori in vinile nei mercatini dell’usato. «È lì che puoi ritrovare realtà che non avresti mai conosciuto attraverso i soliti canali. In un mercatino Lucio scovò un album di tale Mario de Piscopo, una sorta di Pino Daniele non venuto bene. Ci ha intrigato talmente tanto che abbiamo deciso di usarlo nella compilation “Napoli Segreta”». E la curiosità va sempre trasformata in creatività. «Hai presente i videogiochi di calcio, Winning Eleven? A Napoli ne giravano versioni false (all’epoca avevo 13 anni), mi colpì tanto il fatto che le grafiche erano modificate rispetto al gioco originale, che imparai a farle pure io». A Massimo Di Lena fa eco Lucio Aquilina: «Anche a me piaceva la grafica. Mi divertivo a modificare i loghi».

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L’ironia partenopea non è stata limata dal rigore teutonico. «A Berlino siamo ancora più napoletani. Dalla spesa - pacchi di friarielli che ci facciamo arrivare, salsicce e molto altro - al modo di essere. L’altro giorno, la persona che si occupa di tinteggiare le scale del palazzo in cui viviamo mi ha chiesto di tenere la porta aperta», racconta Di Lena. «Gli ho detto: le posso offrire un caffè? Ci sono voluti quattro giorni affinchè se lo lasciasse offrire». Il caffè rimane una cosa seria quasi quanto il “parco camicie Nu Guinea”, assemblato nel magazzino di Claudia, fidanzata di Lucio. «È un’artista ma si occupa anche di vintage. Le arrivano spesso stock di camicie floreali di seta, con pattern che a noi, che non capiamo nulla di trend, piacciono. In pratica facciamo “digging” anche lì». In qualcosa, però, secondo, Lucio, sono cambiati. «Forse siamo diventati più puntuali. Quando torno a Napoli sono più insofferente ai ritardi, al traffico, alle piccole prepotenze del quotidiano che generano aggressività. Prendi i sensi unici dei vicoli dei Quartieri Spagnoli. Li ignorano tutti. E magari ti arriva una macchina contromano e ti impone di farla passare. Un gioco di forza». Tornare a casa, tuttavia, è un pensiero prematuro. Al momento c’è un tour internazionale da affrontare, brani inediti da sperimentare live, una nuova collaborazione con Allen. E, forse, una nuova meta.

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La loro infinita collezione di vinili recuperati al mercato delle pulci.

Perché il loro è un eterno movimento: «Berlino non la sentiamo come un luogo in cui fermarsi tutta la vita. E poi abbiamo standard culinari e meteo che ci portano a tornare verso sud, in posti caldi». In cui, magari, si suona. «Sarebbe meraviglioso collaborare con artisti di altre parti del mondo, andare in Libano, o in Madagascar. C’è un disco fantastico di una band krautrock tedesca, Embryo, che ha suonato con il Karnataka College Of Percussion in India. È una cosa che ci diciamo da tanto tempo. Un giorno succederà, non ci sono dubbi». 

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