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"Pop, street... south" in conversazione con Aiello

Dopo i successi di “Arsenico”, disco di platino e “Vienimi (a ballare)”, disco d‘oro, è appena uscito il nuovo singolo di Aiello: “Che canzone siamo”. Una hit dove sono importanti le parole e la musica è una continua contaminazione
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WAYERÖB Maglione bianco a piccole costine. Gioielli personali di Antonio Aiello

Note contemporanee e cantautorato italiano, una contaminazione di generi musicali e una spiccata vena nostalgica. Antonio Aiello, Aiello per i fans, ha appena presentato il suo ultimo singolo “Che canzone siamo”, seconda anticipazione del nuovo progetto discografico, dopo aver ottenuto il disco d’oro per “Vienimi (a ballare)” – che questa estate ci ha fatto muovere su note street, pop e latine –, e quello di platino per “Arsenico” (insieme a “La mia ultima storia” tratto dal primo album “Ex Voto”). Cosentino di nascita, romano di adozione, è un viaggiatore. Ma per partire in tour ha deciso di aspettare il 2021.

Mi racconti qual è il tuo mondo? Hai iniziato a studiare musica molto presto...
Sono cresciuto a “pane e Barry White” perché mio padre in macchina ci faceva sentire lui, insieme a Battisti, Mina, Carmen Consoli e Whitney Houston. Ho iniziato a studiare pianoforte e violino che ero ragazzino, i tasti neri e bianchi però sono gli unici che non ho mai abbandonato. A 16 anni ho iniziato a scrivere le mie prime canzoni, dall’anima soul, ricordo che al liceo ero in fissa con la scena rhythm and blues, poi crescendo ho iniziato a innamorarmi del cantautorato italiano e della scena elettronica internazionale.

Quali sono gli artisti che ti hanno formato?
Sono particolarmente “devoto” a Battisti, Dalla e Rino Gaetano, ma non posso non ringraziare R. Kelly, Usher e tutta la scena R&B degli anni ’90 e 2000.

Come definisci la tua musica?
In questo preciso istante direi “troppo pop, troppo street e troppo meridionale”. Al di là dei giochi di parole e del secondo disco work in progress, in generale la musica per me è contaminazione. È continua sperimentazione di suoni e linee melodiche, di parole mai scontate ma dirette, autentiche. La mia musica nasce da un bisogno viscerale, da un’urgenza.

C'è uno stato d’animo trasversale alle tue canzoni?
Credo la malinconia, un sentimento che comunque non mi rattrista mai, ma mi ricarica, mi rigenera, mi lancia come un razzo tra le stelle.

Quanto conta il testo?
Le parole sono fondamentali. Senza un messaggio vero e sincero non esiste magia, non esiste empatia.

“La mia ultima storia/Non è più disponibile/Dopo ventiquattro ore/È tornata invisibile” (da “La mia Storia”) credi che stiamo vivendo in un mondo effimero?
Non amo mai fare generalizzazioni e non mi piace pensare che il mondo sia effimero, forse perché sono un inguaribile romantico, anche quando guardo un mondo che mi ferisce.

Mi anticipi qualcosa del tuo nuovo lavoro? L’ispirazione, le sonorità...
Sto lavorando al mio secondo disco e sono particolarmente orgoglioso dei primi ascolti. Al di là delle storie e dei messaggi senza filtri che condivido anche questa volta, c’è una ricerca nei suoni e una sperimentazione molto appassionata, che va dal pop più cantautorale all’urban, dall’elettronica alla musica popolare, meridionale.

Quanto sono importanti per te le tue radici?
Sono linfa e ispirazione, sono motivo di orgoglio e di ricerca, sono la mia fortuna... 

Oltre alla musica, hai altre passioni? Ti piace viaggiare?
La tavola – mi piace mangiare bene e in buona compagnia –, la moda e la fotografia. E poi amo Londra, l’idea di potermi mescolare con colori e sapori diversi, in giro per il mondo. Spero presto di ritornare a viaggiare.

Parlando di moda, hai uno stile o dei brand di riferimento?
Mi piace la sensazione di libertà e espressione che provo tutte le volte che scelgo di vestire in un certo modo. Amo l’idea di coltivare e comunicare la mia visione artistica anche attraverso gli abiti, provando a non restare sempre dentro confini “safe”, sicuri. Ma non saprei definirmi con una categoria musicale, figuriamoci in uno stile...

 

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