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Bishop Briggs

Dai karaoke di Tokyo al palco del Coachella, no a “Cinquanta sfumature di rosso“, la cantante 25enne debutta con il suo primo album “Church Of Scars”. Cupo? Sì, ma l’oscurità non le fa paura
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«Oddio scusami, è caduta la linea. Ho perso il segnale...qui a New York c’è neve ovunque, sta anche piovendo. Non ti accorgi di quanto ami Instagram no a che non rimani senza campo».

Signore e signori, questa è Bishop Briggs: una Millennial dalla voce squillante e dal look da Biancaneve goth, con gli space buns, i tatuaggi, la pelle chiarissima e i capelli nerissimi, choker al collo, tute in acetato e sneakers ai piedi. Potrebbe essere una normale ventenne che passa molto tempo su Tumblr, e invece è una popstar inglese, trapiantata in California, che adesso sogna di conquistare l’Europa: «Scrivi che non vedo l’ora di venire in Italia a suo- nare e a mangiare un sacco di gelato». Se la televisione negli Usa ha aiutato la sua carriera a prendere il volo, non c’è alcun dubbio sul fatto che anche senza che “Wild Horses” venisse scelta come colonna sonora per un marchio di automobili Acura (Honda) nel 2015, Bishop Briggs ce l’avrebbe fatta lo stesso. Una voce come la sua non è destinata a rimanere inascoltata. Come ci racconta ridendo al telefono: «Se non avessi fatto la musicista, avrei suonato per strada e in metropolitana. Non avrei potuto fare altro, la musica è la mia vita». Bishop si fa chiamare così, ci spiega, perché la sua famiglia è originaria di Bishopbriggs, una cittadina scozzese: «Il mio nome d’arte è il mio modo per ricordarmi da dove vengo ogni volta che mi presento a qualcuno, e di ringraziare coloro che mi hanno sostenuto nel mio percorso». Nata a Londra, Bishop ha scoperto la vocazione per il palcoscenico da bambina: «Mi sono trasferita in Giappone con i miei genitori a 4 anni, e un giorno la mae- stra ha portato la mia classe al karaoke. Ho cantato davanti a tutti, ed è stato strano, ma magico. Mi ha fatto sentire libera». Da allora sono successe molte cose importanti: altri trasferimenti in giro per il mondo, prima a Hong Kong e poi a Los Angeles, diversi singoli in cima alle classi che rock e alternative, un’esibizione in tv da Jimmy Fallon, due EP, il tour con i Coldplay, il live al Coachella, e una cover di “Never Tear Us Apart” degli Inxs, inserita nella colonna sonora di “Cinquanta sfumature dirosso”.Eora?BishopBriggs,all’anagrafe Sarah Grace McLaughlin, è pronta per il grande salto: “Church Of Scars”, il suo primo album. Il titolo parla chiaro: Bishop ha sofferto, e il suo non è certo un disco felice. È il disco di qualcuno che dopo essersi leccato le ferite decide di reagire, ed è, come lei stessa ci racconta, la fotogra a di un periodo (dif cile) della sua vita. C’è parecchia oscurità nelle sue canzoni, e scrivere musica è la sua personale strategia per incanalare il dolore e portarlo fuori da sé e dalla sua testa. Il legame di Bishop con la sofferenza è quasi viscerale: «Sono sempre stata attratta da poesie e testi cupi. Mi sem- brano più veri, più autentici. Sono frutto di quei momenti in cui le persone lasciano cadere le loro maschere». Scrivendo, Bishop trasforma l’energia negativa in forza per liberarsi dai suoi demoni personali. Sentendola cantare si ha l’impressione di essere di fronte a una amma che divampa, a una combattente che non è disposta ad arrendersi («I’d rather die than give up the ght», canta in “White Flag”, suo grido di battaglia). La sua voce, potente e profonda (le ha già fruttato il paragone con Florence Welch, non proprio una cosa da niente), ricorda un modo di cantare di altri tempi, che nel pop di oggi si sente di rado. «Ci sono alcune cantanti donne che mi hanno ispirato in modo particolare: i grandi classici, Etta James, Aretha Franklin. Il mio pezzo preferito da cantare al karaoke è senza dubbio “Piece Of My Heart”, di Janis Joplin, ma sono anche una grande fan di Pink». Musicalmente Bishop sfugge alle facili classi cazioni, oscillando costantemente tra un pop che strizza l’occhio all’indie, una scrittura intimista, un cantato soul, quasi gospel, accostato a basi alla Awolnation, e un’attitu- dine decisamente rock. A tratti ricorda Hozier, ma ltrato attraverso una sensibilità tipica- mente femminile. Nelle sue canzoni trovano spazio momenti acustici, delicati, quasi malinconici, e loop elettronici da trap con beat drop che colpiscono come uno schiaffo in faccia. I suoi gruppi preferiti del momento? «Adoro gli Alabama Shakes, Lorde, gli Imagine Dragons. Sto ascoltando un sacco di musica alternativa». Alla domanda: «C’è qualcosa che non vedi l’ora di fare?» risponde entusiasta: «Partire in tour. Esibirmi dal vivo è incredibilmente liberatorio per me. Scrivere è un’esperienza che a volte diventa cupa e pesante, ma quando salgo sul palco ho la possibilità di usare quell’oscurità in modo positivo, ispirando chi assiste allo spettacolo, o quanto meno facendolo sentire meno solo». Sul palco Bishop scarica addosso al pubblico tutta la sua energia, si dimena senza sosta. «Il mio look nasce dall’esigenza di sentirmi libera di muovermi e sudare on stage. I miei riferimenti di stile? Sporty Spice delle Spice Girls, Sailor Moon e Kanye West».

Fotografo: Kin Coedel 
Styling: Francis&Pereira

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