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Y/Project

Cultore della bellezza classica. Ossessionato dalla costruzione, fino a distorcerla per creare nuovi concetti. Il direttore creativo del brand, il belga Glenn Martens, rappresenta il vento del cambiamento, che si muove a spirali e plasma identità mutevoli avvolte da lacci e cinghie
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«Y/Project è un marchio di lusso. Le felpe col cappuccio e il logo - che fanno pagare 600 dollari - non si addicono alle mie collezioni», sussurra Glenn Martens dal decimo arrondissement di Parigi, il luogo dove lontano - ma non troppo  - dal centro, costruisce una nuova idea di eleganza per l’epoca post-cibernetica. A Parigi, la nomina di Virgil Abloh alla direzione creativa del menswear Louis Vuitton, di Kim Jones a Dior Hommes con Yoon di Ambush agli accessori, la surrealtà campestre di Jacquemus, il reboot di Paco Rabanne, il travaso di Vetements a Balenciaga, le slogature illusionistiche di Y/Project - oltre a sembrare fantascienza  - sono il segno che la moda francese è investita da un vento di cambiamento. Y/Project è ormai noto al pubblico della moda per un rocaille rappreso, intagliato nel legno da un artigiano venuto da un medioevo futuro. La stoffa impazzita ricorda i drappeggi secchi del Maestro di Flémalle (Robert Campin), autore de L’Annunciazione del Trittico di Mérode, uno stile che il giovane Glenn, nato e cresciuto a Bruges, avrà forse apprezzato al Groeningenmuseum, scrigno locale della pittura fiamminga. Bruges è una Venezia del nord Europa  - e cioè una specie di Disneyland  - non solo per la sua luce  - acquosa e sospesa - ma, soprattutto, per la coesistenza straniante di un passato artistico congelato e di un presente turistico. Da bambino Glenn pensava che il mondo fosse carino e intatto come Bruges. A diciotto anni, a Londra, capisce che è esattamente l’opposto.

Si fa fatica a immaginarlo cultore della bellezza classica eppure, negli anni di studio alla scuola di moda di Antwerp, una delle più prestigiose e difficili del pianeta Terra, era ossessionato dalla costruzione della bellezza. Tutto quello che faceva era bianco, pulito, elegante. È probabile che in questo abbia giocato la sua formazione da interior designer. Alla Royal Academy of Fine Arts, infatti, si era presentato con disegni di bagni e cucine. Nel 2013, quando Glenn Martens è nominato direttore creativo, Y/Project è un brand di culto con un’estetica alla Rick Owens. La sua scelta, alla morte del timburtoniano Yohan Serfaty, dopo una segnalazione della Chambre Syndicale de la Haute Couture al Ceo Gilles Elalouf, è motivata dal fatto che Glenn in passato aveva già lavorato con lui e che, in quanto giovane, sia a buon mercato.

Prima che per Yohan, aveva lavorato anche da Jean Paul Gaultier come junior designer delle pre-collezioni donna e del marchio di moda maschile G2. Nel 2012 apre il suo brand omonimo che debutta alla settimana della moda di Parigi e sopravviverà per tre anni di solitudine e notti insonni, dato che era lui a occuparsi di tutto: dalla produzione alla modellistica, dalle vendite alla promozione. Ragion per cui, sebbene titubante, è lieto di accettare la direzione di Y/Project, per portarlo, d’accordo con Gilles, in un’altra direzione, meno oscura e più decostruttiva, nel solco degli Antwerp Six. Nel 2017, con la vincita dell’ANDAM Prize e di 280.000 dollari, grazie alla mentorship per un anno di Francesca Bellettini, Ceo e presidente di Yves Saint Laurent, l’estetica del marchio è messa a fuoco. La collezione dell’inverno 2017 è un vero punto di svolta, anche se riprende temi passati. La vertigine della spirale s’insinua dal primo look, negli enormi orecchini di perle di varie dimensioni, per soggiogare pantaloni, top e stivali che si rattrappiscono come fossero tirati da un puparo. Il modellismo virtuosistico di Y/Project asseconda la visione del designer che dice di volersi «focalizzare sul design, invece che sullo styling». In ogni collezione parte «dalla costruzione.

 

La scelta di sfilare all’ultima edizione di Pitti Immagine Uomo 95 nel chiostro di Santa Maria Novella, con una collezione co-ed, è coerente con l’ossessione del designer per la storia dell’arte, in cui «l’Italia è fondamentale. Ha colorato l’estetica del nostro continente», spiega

Proviamo a guardare i vestiti da un punto di vista diverso. Distorciamo la struttura, sviluppiamo nuovi concetti. Quando abbiamo trovato il tema della stagione lo proietto su diverse categorie di prodotto. Per ogni tipo di indumento è possibile qualsiasi stile». Il drappeggio di Y/Project è flemmatico, opulento. E Rihanna lo adora. Nell’ultima collezione co-ed, presentata a Firenze in occasione del Pitti Uomo 95, per vedere i look bisognava dimenarsi con le torce, nel buio del chiostro di Santa Maria Novella. La scelta di sfilare a Firenze è coerente con l’ossessione del designer per la storia dell’arte, in cui «l’Italia è fondamentale. Ha colorato l’estetica del nostro continente». Questa idea d’inclusività che gli fa dire “il nostro continente” è simboleggiata dalla presenza di lacci e cinghie affinché ognuno possa scegliersi il suo styling. La tecnica, presa dallo sportswear, è divertente con effetti grotteschi. Forse inevitabili, quando si cerca di adattarsi a tutto e tutti. Infatti, la chiave delle creazioni Y/Project è la versatilità: «I miei design si adattano a mood diversi. Voglio che la gente interagisca con i miei vestiti. Vogliamo incoraggiare l’individualità». L’idea è che i capi contengano infinite potenzialità metamorfiche per adattarsi a infiniti corpi e a un corpo infinito. Insomma, invece dell’incubo classico del: “Cosa mi metto?”, Y/Project ti perseguita con la domanda: “Come lo metto?”. E cioè: “Ma tu, chi sei?”.  

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