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Talento vs talent

La fame disperata di hype nella moda, oggi, rischia di trasformare i talentuosi (o presunti tali) in talent-celebrity accorciando i tempi necessari di maturazione del prodotto e compromettendo la qualità delle collezioni. E così, il “genio” si è trasformato in un’unità di misura secondo i codici della comunicazione e del marketin
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Collage di immagini delle collezioni dei designer emergenti della Central Saint Martin e del Royal College of Art di Londra

La questione è ingarbugliata già dal punto di vista linguistico. Il talento è una qualità eccezionale, ma anche, ab antiquo, una unità di misura che converte la massa in oro - commerci grecoromani, nientemeno. Il talent, neologismo infestante che oggi va per la maggiore, è invece la celebrity, influencer, trendsetter, guru, abbindolatore di masse o semplicemente il designer assurto al ruolo di personaggio, cui hic et nunc non si sfugge pur di batter cassa. Il talent dovrebbe esser provvisto di capacità singolari, ma non è sempre detto che lo sia. Il talento vero non è necessario che sia anche talent. O no? Il pensiero lineare oramai a nulla serve. 
Il talento, inteso come valore, è spontaneo, non fa distinzioni sociali, salta le generazioni, ignora la plutocrazia. In quanto industria creativa, la moda se ne nutre: sono i visionari che innescano gli sconvolgimenti epocali, subito guardati con sospetto dai più per poi definire l’orizzonte comune e condiviso di senso. Oltre al talento, oggi la moda venera i talent, che mette alla guida di Maison storiche e non. È un amore travolgente e folle consumato sull’altare della novità sperticata e bruciante servita a getto continuo. Oddio, la moda ha sempre avuto bisogno di nuovi talenti da sacrificare in nome del rinnovamento stagionale. Fa parte del ciclo vitale. La ruota gira perché le gonne s’accorciano o allungano, s’afferma un nuovo stile e un nuovo autore ci mette sopra la firma, finché tutto cambierà.  La prossima stagione, o anche prima. La moda però oggi di talenti ha una fame disperata, per cui trasforma i talentuosi in talent in tempi troppo stretti, forzatamente. Non si lascia a nessuno il tempo di maturare: studenti appena ventenni sono venerati come divinità, ex abrupto, con tutte le storture del caso. Due anni dopo, nessuno se ne ricorda più. Il talento è diventato un’unità di misura della comunicazione. È roba virtuale. I padri fondatori, al contrario, hanno lavorato sodo sul prodotto e sugli oggetti. Hanno provato il proprio talento sul campo, non nella virtualità dei pixel guadagnati online. Poi sono diventati celebri: in ragione di quanto fatto, non in misura di strilli di copertina e claim. 

Il fashion system venera il designer-guru, che mette alla guida di Maison storiche e non. Ma è un amore travolgente e folle consumato sull’altare della novità sperticata e bruciante servita a getto continuo

Tant’è. La fame di novità è attanagliante, sicché  i fashionisti continuano a cercare talenti in piccoli showroom e studi; in squat e atelier derelitti. Nessun viaggio lontano dal centro è troppo lungo se il talento che vale la pena scoprire è abbastanza strombazzato. Perché, va sottolineato, i talenti devono avere il talento di farsi notare - le eminenze grigie decidono per il resto del sistema chi vale e chi no, quasi sempre in maniera arbitraria. Il terreno di caccia sono le scuole di moda, dove i talenti proliferano in incubazione produttiva, e i concorsi. Questi ultimi si continuano a moltiplicare con frequenza allarmante. 

Si tratta, con poche eccezioni, di piattaforme mediatiche che giovano solo a chi le organizza, creando caste e monopoli: i concorsi che offrono un vero supporto ai giovani, che li guidano sulle vie impervie che s’aprono dopo un diploma a pieni voti si contano sulle dita di una mano. In massima parte, invece, i contest sono macchine pubblicitarie che santificano il sostenitore del giovane talento. Non sono mai azioni disinteressate, ecco. Un talento che si metta in mostra al concorso giusto, certo, è probabile che faccia il salto e trovi un investitore, o che attiri l’attenzione del cacciatore di teste e finisca a fare esperienza in un design studio a cinque stelle. Molte star di una stagione, invece, si bruciano presto, per poi rimaner disoccupate e cambiar lavoro. 
Questa bulimia di talento è facile da decrittare. Basta guardare alla piramide sociale del sistema. Da un lato ci sono i grandi, che più invecchiano più rifiutano di abdicare ai loro venerati troni. Dall’altra, nel generale scarseggiar di idee, il bisogno di visioni dirompenti è imperativo, e solo un talento le può offrire. O no? Si crea uno stato di necessità: trovare un talento, negli ultimi tempi, è un diktat, non un processo naturale di scoperta. L’eccezionale diventa comune, ed è la fine di tutto. Il talento, infatti, è un privilegio di pochi, non un possesso delle masse, ogni anno. La moltiplicazione a scadenze fisse lo uccide. Se tutti hanno talento, allora nessuno lo ha davvero. Di talento nella moda ce ne è troppo, perché se ne parla a sproposito. Di talent buoni solo a far parlare di sé anche di più. Bisogna ripensare i parametri, usando parole e idee con parsimonia, solo se necessario. Bisogna lasciare ai talenti, se veri, il tempo di svilupparsi e crescere, cancellando la stupida convinzione che la carriera da solista sia la sola auspicabile. Bisogna ripartire dalle cose, soprattutto, non dalle news. Il talento è innato, mentre il resto è solo pubblicità: lascia il tempo che trova, come i talent che in sei mesi dimenticheremo insieme, si spera, all’orrido neologismo che li apostrofa. 

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