Fashion

#TalkingWith Antonio Marras

Una conversazione su sogni e visioni col creativo di Alghero
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Definire Antonio Marras con una parola sarebbe impossibile! Pensando alla visione e al designer di Alghero la prima cosa che mi viene in mente è poeta, poi creativo, unico, matto (in senso buono), artista, collezionista... 
Antonio Marras sa trasportari nel suo mondo, rapirti col suo stile e commuoverti con gli show, che sono più momenti di puro teatro ed emozioni che un semplice defilè. 
L'ho incontrato qualche giorno fa, alla vigilia del suo show, per parlare di tutto ciò che ama, che vive e che sogna. 

Antonio Marras è un sognatore e un poeta. Le sue sfilate sono magia, emozione, un attimo di teatro, stile e visioni che ti travolge  e se ne va… cosa dobbiamo aspettarci da questo show SS20? 
E dalla collezione? 

La sfilata è il momento topico, il coronamento di una fatica bellissima. Rappresenta l’acme di tutto il lavoro. 
Una sfida, un continuo confronto/scontro. 
Riassume tutto quello che avrei voluto fare: regia, scenografia, coreografia, musica, costumi.  Con la sfilata mi sono costruito un palcoscenico dove rappresentare e far vivere il mio mondo. Una manciata di minuti, un fil rouge lega  inviti, allestimenti, testi, musiche in  un sottile gioco di rimandi e corrispondenze. Ogni particolare conferma ciò che viene esaltato ed enfatizzato negli abiti. Si discute molto se e come sostituire la sfilata come strumento per mostrare la collezione ma, per me, niente riesce a sostituirla.
La sfilata racconta un mondo, un modo di vedere il mondo, è un punto di vista , una visione.La collezione sarà un incontro tra il Giappone, terra che amo, e la Sardegna, sempre presente.
Questa volta la presenterò al teatro Elfo Puccini, dove la sera prima e la sera stessa presenterò il mio spettacolo MIO CUORE, e sarà proprio un incrocio tra una sfilata, un atto performativo, cinema e teatro . C’è bisogno di stimoli, di emozioni e di provocazioni visive!

Anni fa la incontrai in occasione di un’intervista e mi colpì molto il fatto che lei disegnò per tutto il tempo (era una diretta sui social) fiori, personaggi immaginari, bozzetti etc… Questi schizzi li ritroviamo nei suoi inviti alle sfilate, nei suoi libri. Quale fra questi disegni le è rimasto nel cuore?
Un po’ li amo tutti, ogni figlio è “un piezzo e core” e non faccio distinzioni. In realtà  non ne conservo memoria, una volta fatto è fatto, per me è già alle spalle. Io bisogno di fare, di tenermi occupato, di lavorare con le mani. “Nulla dies sine linea”. Nessun giorno senza prendere una matita in mano e senza tracciare una linea. La mia fantasia è sempre stata caoticamente affollata. Dietro montagne  di giornali, di libri, di fogli, pastelli, scarabocchi. Mi affascinava sporcare, imbrattare, rendere impuro, porre a contatto superfici, oggetti diversi. 
Un foglio bianco, piccoli spazi di pagine già scritte, quaderni usati, vecchie copertine di libri, carta o cartone, cartoline, brandelli di stoffa, tutto chiedeva di essere riempito. 
L'urgenza di tradurre in segno quel che c'è intorno e dentro di me, nel tempo, si è fatta sempre più pressante. Come se avessi qualcosa che vuol venir fuori e non riesco ad arginare. Cerco di vedere nelle cose ciò che non si vede, ciò che è nascosto. Tendo a captare, fissare tratti, pennellate, immagini su qualsiasi materiale abbia sotto mano. Per questo ho sempre con me quaderni, taccuini, agende, diari.  Senza di loro mi sento perso e con loro non mi sento mai solo. 

So che colleziona, quasi, tutto ed alle volte parte proprio da questa “collezione” per creare le sue collezioni, come mai? 
Non lo so.Vivo in  case affollate di mobili, oggetti e abiti. Raccolgo, ammucchio, combino tutto quello che trovo.   I mobili vecchi,  gli abiti ,gli  oggetti destinati ad essere dimenticati nei solai, nelle soffitte, nei mercatini, pressati dall’urgenza di respirare, tornare ancora a vivere e raccontare le loro storie mi attraggono. Per me è innato, naturale  riciclare tutto e non buttare via niente, perchè nulla si distrugge ma tutto si ricrea . Mi coinvolge  ciò che sa di ombra, di passato, di vite rubate, negate. In particolare l’oggetto usato, logoro, rotto,  stracciato, buttato via, inutile e sporco.  Non riesco a non pensare a chi ha indossato quegli abiti, usato quegli oggetti, letto quei libri, chi si è soffermato su quei quadri ,chi ha trascorso una vita su quei tavoli o allestito una vetrinetta con i propri preziosi oggetti.Distruggerli  o peggio dimenticarli mi sembrerebbe un oltraggio, un sacrilegio: quasi come se cancellassi la presenza di tante esistenze precedenti alla mia. Reinterpretarli è una maniera per offrire loro un’altra possibilità e, nello stesso tempo, onorare la memoria di chi ha vissuto prima di me, attraverso i suoi effetti personali”.

Il rosso porpora è il “suo colore” come ha scelto proprio questa tinta? 
Il colore rosso richiama il sangue, inteso come forza vitale, purificazione, rigenerazione, scorrere di esperienze, movimento, cuore, affetti, sentimenti, calore, protezione, passione. Ho adottato come portafortuna il ” ligazzo rubio”, la fettuccia rossa, che,  per me, è un vero e proprio oggetto-simbolo, carico di significati. Un filo  che guida attraverso il labirinto del mondo e indica la strada; un filo che unisce  saldamente, annoda affetti, sentimenti, emozioni, resiste al tempo e all’usura, tiene unito ciò che parte a ciò che resta. Ha un colore rosso sangue, un cremisi, una punta di bordeaux, immodestamente ribattezzato “ rosso Marras”. 
Mi piace pensare che questa scelta tradisca origini lontane. Eredità dei Fenici, il cui  nome vuol dire porpora. I Fenici raccoglievano i murici, molluschi da cui ricavavano il pigmento usato per colorare stoffe color rosso porpora, famose in tutto il Mediterraneo. Erano prodotti di lusso estremo, perché da un murice si ricava solo una goccia di porpora. 

L’estetica di Antonio Marras non segue la moda, è un modo a sé stante, concorda? Cosa ne pensa della moda di oggi?
La moda è ammalata, sofffre di una grave malattia misteriosa alla quale ancora non è stata fatta una corretta anamnesi e quindi ancora non si conosce LA CURA. Si va a tentativi! La moda è ricca di epifanie, di intermittenze, ama i ritorni, le riprese, le identità che protestano la loro voglia di vivere. Non ha memoria. Non la inseguo  e non l’assecondo nei suoi capricci, non mi allineo. Il vero contemporaneo è colui che non si adegua perfettamente ai dettami, chi cerca lo scarto, il contrasto, l’errore, il varco. Guardo la moda da una sorta di distanza prospettica che, forse, me la rivela nella sua interezza.   Mi affascina, piuttosto, mi seduce, la sua dimensione ludica, fantastica, creativa, la sua leggerezza pensosa, la grammatica, il  codice fatto per essere infranto, violato  nella tensione continua alla ricerca  di un bello perennemente nuovo. Mi affascina la sua ricchezza di linguaggi che si  intrecciano, si trasformano, si fondono, si sovrappongono, si cancellano e diventano altro: disegno, musica, danza, teatro, cinema, fotografia, tutti mezzi di cui si serve per esplorare, leggere, tradurre la realtà contemporanea.

Che sogno ha ancora da realizzare? 
Non esiste vita abbastanza lunga per realizzare tutti i miei sogni…

Ultima domanda (anche se ne avrei altre mile): l’Italia per lei è?
Mia mamma, solo io ne posso parlare male.

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