Fashion

Farnoush Hamidian Savadkouhi

30 anni, iraniana, scoperta mentre faceva shopping a Parigi con i genitori. Oggi è una delle modelle più riconosciute della scena araba. Parla dell’Iran come di un paese mal compreso dai media occidentali (a partire dalla parola velo). E che alla rivoluzione preferisce l’evoluzione
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Abito di cotone patchwork multicolore con colletto bianco, Dior

Farnoush Hamidian Savadkouhi, nata il 25 aprile del 1988 in una regione incontaminata del nord dell’Iran, sul Mar Caspio, è un talento emergente della moda internazionale. Ma anche se fa la modella dall’età di sedici anni, ora ha la consapevolezza che questo suo mestiere possa essere il mezzo per raccontare la realtà del suo Paese. Fino ad allora, aveva vissuto la vita media della teenager iraniana. Poi l’hanno scoperta in Avenue Montaigne, a Parigi, mentre faceva shopping con i genitori e, complice Anna Dello Russo, i cui repentini cambi d’outfit Farnoush ammirava da tempo su Instagram, ha deciso di cambiare vita. Il padre è nel business dell’agricoltura, la madre ha studiato Economia, per poi dedicarsi alla famiglia. Dell’infanzia in Iran - limpida e solare - ricorda giardini giganteschi in cui amava perdersi e dove ha imparato la difficile arte del giardinaggio. Dopo aver studiato architettura, quattro anni fa ha lasciato l’Iran per la Germania, dove si trova una sede dell’azienda paterna. Il primo lavoro è a Dubai, poi un viaggiare continuo, fino alla campagna Dolce & Gabbana. La intervisto tra un casting e l’altro, a più riprese. Ha la voce ferma, suadente e gentile. Nella Repubblica Islamica dell’Iran fare la modella senza indossare l’hijab è una scelta fortemente politica, dal momento che le sfilate devono svolgersi in casa e le immagini apparire su network rigorosamente privati, pena l’arresto. Secondo un report del Sunday Times of London alcune fashion blogger hanno siti sia pubblici - dove indossano l’hijab - sia privati, dove appaiono senza. Farnoush ha lasciato l’Iran a causa di un episodio di violenza da parte di un ex-fidanzato, una scelta che le ha consentito di perseguire una carriera nell’industria internazionale della moda e di apparire su Vogue Arabia, lei iraniana, più volte. A proposito di libertà, quest’anno, per la prima volta a quarant’anni dalla Rivoluzione Islamica, migliaia di donne iraniane hanno riempito lo Stadio Azadi di Teheran per tifare i Mondiali di calcio. 

«La libertà dovrebbe essere nelle menti, nei corpi, nelle culture, nel rispetto per quello che sei senza discriminazione di età o razza»

Le chiedo cosa ha pensato. Farnoush ne è contenta però ci tiene a dire che la rappresentazione delle donne iraniane da parte dei media occidentali è distorta. «Per esempio, noi non usiamo la parola “velo”, diciamo “scarf”. Come le italiane di una volta, hai presente?». L’espressione “scarf”, sciarpa, è rassicurante, dal momento che la indossiamo tutti per proteggerci dal freddo o per bellezza, mentre “velo” evoca scenari di oppressione. Ammette di non essere una grande fan del governo iraniano ma ama profondamente il suo paese. Un paese dove non ci sono guerre, o sparatorie nelle scuole, come negli Stati Uniti. È orgogliosa di affermare che, in Iran, generazioni di donne le hanno trasmesso valori solidi, anche se ammette di essere cresciuta in una famiglia liberale. «Essere religiosi significa possedere dei valori in cui credere, i musulmani amano la realtà della religione. Una volta pregavo, poi ho smesso di mettere il velo  - ma lo chiama “scarf” - e nessuno ha avuto da ridire. Mia madre ha smesso di indossarlo perché a cinquant’anni ha deciso che non aveva bisogno di una sciarpa per dimostrare di non essere una peccatrice. La libertà dovrebbe essere nelle menti, nei corpi, nelle culture, nel rispetto per quello che sei senza discriminazione di età o razza». Uno non se lo immagina, ma Farnoush, a scuola, era oggetto di discriminazioni per la sua bellezza. Le coetanee tendevano a isolarla, avevano paura. A loro modo, i belli sono considerati dei mostri. Ecco perché secondo lei il fashion system dovrebbe essere più inclusivo. «Non fraintendermi», precisa. «Amo questa industria, è il mio lavoro. Apprezzo la sua arte, quegli abiti straordinari che quando li indossi ti fanno sentire più forte, le culture che si danno appuntamento in passerella intorno a un unico sogno di bellezza. Credo nel remix della moda perché significa credere nella possibilità per le cose di coesistere in modo armonico. In Iran, per esempio, vogliamo cambiare, certamente, ma non vogliamo la rivoluzione. Ci piace che tutto muti, si trasformi piano piano, a partire da noi stesse». 

Foto Jin So Park
Styling Claudia Cerasuolo

Hair stylist e Make up artist Alessia Stefano. Assistente stylist Marta Oldrini

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