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Italian Beauty: Benedetta Porcaroli

Benedetta Porcaroli racconta la relazione con il suo tormentato ruolo in "Baby"e le sue aspirazioni come attrice.
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CHANEL Tailleur di tweed, cappello e scarpe. Orecchini Bonheur. Collant Wolford

Nella serie di Netflix “Baby” Benedetta Porcaroli è Chiara, ragazza disillusa che incontra l’outsider e intrigante Ludo (interpretata da Alice Pagani) che la introduce nel mondo della prostituzione minorile. La serie, ispirata ai fatti di cronaca delle baby squillo dei Parioli, ha gettato una luce sul mondo dello sfruttamento sessuale, permettendo una comprensione più profonda delle vittime coinvolte.

Cosa ti ha spinto a recitare?
Da bambina tutti mi dicevano che da grande avrei fatto l’attrice. Ho cominciato per caso e ho capito subito che quella sarebbe stata la mia strada.

C’è un lavoro che sogneresti di fare, a parte recitare?
La criminologa. Mi piacciono gli aspetti più oscuri e inesplorati della mente umana: è per questo che amo il mio lavoro.
 

C’è un ruolo che ti piacerebbe interpretare?
Molti, anche troppi! Di recente ho visto la performance di Charlize Theron nel film “Monster” (2004) e ho pensato che sarebbe bello se anche il cinema italiano desse l’opportunità di interpretare personaggi tanto complessi e controversi.

Il tuo personaggio in “Baby”, Chiara, deve affrontare molte difficoltà. Ti identifichi con lei in certi aspetti?
La serie ha dei toni dark, come la vita di ognuno di noi. Mi rivedo in molti aspetti di Chiara, soprattutto nella malinconia dei suoi occhi, dovuta al fatto di non riuscire a sentirsi mai al posto giusto, e per la sua continua ricerca di un’identità.

Tu e Alice (Pagani) siete amiche nella vita reale?
Certo. Il fatto di essere così diverse ci ha unite, perché ci ha permesso di capirci meglio. Ci stimiamo a vicenda e ci sosteniamo in questo progetto, che per entrambe è di fondamentale importanza.

Sei cresciuta a Roma. Recitare in “Baby” ha cambiato la relazione con la tua città?
Già prima di leggere il copione di “Baby” ero a conoscenza dei fatti di cui parla la serie. Tuffarmi nel mondo che Andrea De Sica e gli sceneggiatori hanno ricostruito così dettagliatamente è stato facilissimo, perché in questa città ci sono cresciuta e conosco le zone, i quartieri e gli ambienti frequentati dalle due protagoniste.

 

Come sei riuscita a coniugare studio e lavoro?
Se non lavorassi così tanto, mi sarei iscritta a Psicologia. Invece ho scelto Filosofia perché riesco a studiare nel tempo libero, anche nelle pause sul set, senza dover frequentare i corsi.

Come risponderesti a chi sostiene che “Baby” ricopre di una patina gla- mour la difficile situazione di Chiara e Ludo e, più in generale, l’industria dello sfruttamento sessuale?
Credo che non ci sia niente di “glamour” nella descrizione di questi personaggi. I toni scelti dal regista sono drammatici e inquietanti.

Hai lavorato con Gucci e Saint Laurent. Nel vestire, c'è qualcosa che ti fa sentire più sicura di te?
Mi sento a mio agio sia con abiti semplici che con un vestito che probabilmente non comprerei mai. Lavorare con brand innovativi come Gucci ti dà la possibilità di indossare abiti che non solo guardano al presente, ma che gettano uno sguardo, complesso e profondo, verso il futuro. Per il mio lavoro, avere un’ampia visione del mondo è importante.

Usi i social media per divertimento o li consideri parte del lavoro?
Il cinema e le serie TV, a differenza del teatro, non ti danno la possibilità di avere un contatto diretto con il pubblico. Per questo mi piace sentirmi più vicina a chi mi segue con i social. Non lo considero un lavoro, ma penso di avere una responsabilità, soprattutto nei confronti della mia generazione.

Hai un paio di tatuaggi. Pensi di fartene altri?
Uno è il titolo di una canzone che ascoltavo con il mio primo ragazzo, l’altro è un occhio, sul collo. L’ho fatto per mia madre, come se mi guardasse sempre le spalle. Al momento non ne farei altri, anche per motivi lavorativi.

Ti faresti mai un taglio radicale?
​​​​​​Se avessi potuto, l’avrei già fatto! Adoro cambiare look in modo drastico. Ma me lo hanno proibito.

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