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Marta Pozzan: l'influencer che si batte per i diritti delle donne

Influencer, attrice, scrittrice, content Creator e adesso anche produttrice. Marta Pozzan lancia un cortometraggio che denuncia gli abusi sulle donne nel mondo della moda e dello spettacolo.
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Nasce in Italia ma si sente cittadina del mondo; LA l’ha accolta giovanissima e l’ha fatta diventare, non solo un influencer da migliaia di follower, una giovane Ferragni in erba, con un seguito internazionale, ma anche opinionista e attivista nel campo dei diritti delle donne e dei problemi mentali. Parliamo di Marta Pozzan, vicentina d’origine, che si è fatta strada in un mondo non sempre facile. E adesso ha deciso di dire la sua. Il suo nuovo corto, “Next One”,  girato da Guglielmo Poggi, parlerà della violenza e degli abusi sulle donne nell’industria della moda e dello spettacolo. Si porta alla luce un tema spesso considerato un tabù, un argomento scomodo, a seguito delle vicessitudini del movimento "Me too" e del caso Weinstein. La Pozzan non ha peli sulla lingua quando si parla di giustizia e si espone in prima persona ( la vedremo recitare nel corto di cui è anche produttrice) per incentivare ad un cambiamento che consenta alle donne di arrivare al successo senza dover vivere episodi traumatizzanti. Tra un impegno e l’altro siamo riusciti a rubarle un po' di tempo per fare quattro chiacchiere e conoscere meglio l'evoluzione da influencer di moda a creativa e attivista.

Sei influencer, content creator, modella, attrice e scrittrice, quale di queste professioni ti rappresenta di più?

Attrice e scrittrice. Penso a storie e a personaggi cinematografici ogni giorno. Infatti quando creo contenuti video o fotografici per i marchi di moda li interpreto sempre come fossero scene di un film e creo una ‘backstory’ per i vari ruoli. Recitando riesco ad esprimere la mia emotività e la mia natura più intima di essere umano e di artista. Scrivendo emergono la mia creatività, le mie idee, pensieri strani o difficili e i due aspetti - scrittura e recitazione - si uniscono e il tutto prende forma quando scrivo i dialoghi per i miei corti.

Come è iniziata la tua carriera? Che percorso di studi ha intrapreso?

Liceo classico. Amavo tremendamente il Latino e il Greco antico. Lettere e filosofia a Milano, con indirizzo editoriale. Ho fatto poi da assistente ad una giornalista di Vanity Fair pensando di voler fare del giornalismo di moda la mia carriera, ma dopo l’università mi sono trasferita a Londra con l’idea di fare un master in creative writing alla Central Saint Martin’s e invece alla fine mi sono trasferita a L.A. per studiare recitazione alla Lee Strasberg e da lì non sono più tornata in Europa. 

 Nella sua bio di instagram si definisce Mental Health Advocate, cosa significa?

Ho avuto attacchi di panico da quando avevo 13 a 19 anni e ho fatto terapia per anni per quello e nel mentre mi curavo mi sono così appassionata allo studio dell’essere umano e dei suoi comportamenti, del perché avvengono, da dove derivano, etc. Non ho una laurea in psicologia (non ancora!) ma mi sono accorta, nel corso del tempo, che grazie alla mia esperienza personale, riuscivo ad ascoltare amici e magari nel mio piccolo ad aiutarli ad affrontare certe situazioni o a comprendere certi pensieri. E così ho cominciato a parlare molto più apertamente di mental health, di salute mentale, sui social media e il feedback dei miei followers e fans è stato molto positivo. Molti ragazzi e ragazze mi scrivono e mi fanno domande sulla depressione, sui rapporti, su come ci si sente quando ci si lascia, etc. E negli ultimi mesi marchi come UGG, Urban Outfitters, Pacsun mi hanno chiesto di fare delle dirette e dei talks sul tema e quindi ho deciso di lanciare un podcast sulla salute mentale con la mia co-host Yola Robert (senior editor di Forbes Magazine), intitolato I AM REAL, che uscirà a novembre.

Che ruolo ha la moda nella sua vita? Quali sono i suoi brand del cuore?

Adoro e adorerò la moda per sempre. La moda rappresenta per me una forma d’arte a cui sono molto legata, senza dimenticare il legame con musica e cinema. I miei brands del cuore sono Miu Miu, lo indosso da quando sono teenager, Prada, Kenzo e Dior.

Come è nata l’idea di creare un cortometraggio per denunciare gli abusi delle donne nel mondo dello spettacolo? Su quali piattaforme verrà lanciato?

Io e il regista volevamo raccontare la storia di una donna vincente ma con un passato traumatico, per promuovere l’idea che per andare avanti nella vita e per arrivare in alto a volte serve affrontare il passato. Parlare dei traumi non dovrebbe essere un tabù o una cosa di cui vergognarsi. Bisogna esserne fieri appunto perché sono stati superati. Il corto esce il 22 novembre su www.freethework.com il sito di Alma Har’el (regista di “Honey Boy”), piattaforma indipendente che supporta le donne nel cinema e andrà anche in onda, come selezione ufficiale, durante la versione digitale dell’Holly Shorts Film Festival, un festival basato qui a Los Angeles che qualifica i vincitori agli Academy Awards.

Il suo corto denuncia abusi e violenze sulle donne nel mondo della moda e dell’entertainment; qual è l’esperienza che l’ha maggiormente segnata e l’ha portata a girarlo?

L'anno scorso sarei dovuta andare a Milano per partecipare alla sfilata di un marchio, di cui non farò il nome e quando mi sono presentata il casting tutto il team mi ha guardato come se fossi anormale. Non sono alta come una tipica modella da passerella e quindi mi è stato detto che invece di sfilare mi sarei seduta in prima fila e questo perché al team del brand non piaceva il mio fisico. È stato allora che ho capito che il mondo della moda è estremamente critico e di mentalità ristretta: tossica e di vecchia scuola. Un'altra volta invece sono stata invitata ad un barbecue a Los Angeles da questo produttore e una volta arrivata a casa sua non c'era nessun barbecue; c’erano solo lui e la sua compagna e nell’istante in cui ho capito che stavano cercando di farmi delle avance e di toccarmi, ricordo di aver corso così forte e così velocemente che non riuscivo a sentire il mio corpo. In entrambi i casi mi sono sentita rifiutata, non capita, molto giudicata e ricordo di aver pensato che non avrei mai voluto che qualcuno che fa il mio mestiere si potesse sentire come mi sono sentita io. 

Cosa vuol dire per te essere donna nella società odierna?

Vuol dire parlare dei miei ideali e comunicarli tramite le mie piattaforme. Responsabilizzarmi su temi quali Black Lives Matter, diritti umani, l’ambiente. Perché tutto quello che sta succedendo al nostro pianeta è importante. Cerco di essere un esempio per chi mi segue. Essere un cittadino rispettoso del mondo e degli altri e promuovere messaggi di gender equality e diversity.

I social hanno un peso importante nella tua vita; pensi che rappresentino la vera Marta?

Cerco di essere più vera che posso, positiva e onesta. Sento di mostrarmi per quello che sono. Mi piacciono gli abiti stravaganti e i make up eccentrici ma alterno questo tipo di rappresentazione di me stessa con quotes filosofiche e articoli e saggi che scrivo sulla salute mentale. A volte vorrei osare di più con i miei messaggi e le mie riflessione e penso che lo farò!

Diversity e Inclusivity sono due temi che le stanno a cuore, potrebbe spiegarci la sua visione in merito.

Essendomi trasferita a Los Angeles dall’Europa, nonostante sia stata accolta da molte persone e fatta sentire come se fossi a casa quasi da subito, ho di certo provato come ci si sente a doversi adattare ad un posto in cui non si è nati. Ho toccato con mano la sensazione di sentirmi ‘diversa’ e molto spesso non è una bella sensazione. Il dover spiegare ‘perché io vado bene’, ‘perché ho diritto ad essere rispettata e trattata come com individuo, è stressante e può mettere alla dura prova chiunque. Ci tengo quindi sempre, più che posso, a fare sentire le persone accolte e rispettate. A prescindere dal loro orientamento sessuale, identità di genere e nazionalità.

Quali sono i suoi mentori/fonti d’ispirazione?

Adoro Bob Dylan e i suoi testi. Ascolto le sue canzoni costantemente mentre scrivo o quando ho bisogno di ispirazione. David Lynch è un genio secondo me, non solo per i suoi film. Adoro il suo libro "Catching the big fish" che ascolto in forma di audiolibro da quando ho 20 anni. Cindy Sherman è una delle mie donne preferite, sono totalmente affascinata da lei e dalle sua arte. La mia mentore e fonte d’ispirazione numero uno è di certo Alma Har’el, lei che ha letteralmente accolto il mio corto nel modo più bello possibile, aiutandomi e capendo perché l’ho girato.

Che peso ha l’amore nella sua vita? Si definirebbe romantica?

Si, certo. Amo tutto. Da un cane che vedo per caso per strada, al cinema, alla natura. Provo un amore innocente per le cose che vedo, a volte i miei amici mi prendono in giro questo.

Sogno nel cassetto che non è ancora riuscita a realizzare.

Produrre la mia serie tv!!

 

Cortometraggio "Next One"

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