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#WONDERWOMEN: Isabel Marant

In conversazione con Isabel Marant #WONDERWOMEN de L'Officiel Italia
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Illustrazione di Suwa

Creatrice simbolo di una moda cool, androgina e bohemian, eternamente giovane senza essere giovanilistica, Isabel Marant ha lanciato il suo marchio nel 1994. Cinque anni dopo è nata la seconda linea, Isabel Marant Ètoile, mentre il menswear ha debuttato nel 2017. Da ragazzina vestiva abiti da uomo, a 16 anni inizia a disegnare abiti con Christophe Lemaire. Tra i successi, un record di vendite: la sua collezione del 2013 per H&M è andata sold out in 45 minuti.    

È dai tempi di Coco Chanel ed Elsa Schiaparelli che le donne non occupavano una posizione così rilevante nella moda come oggi.

Se è indubbio che negli ultimi 300 anni la moda è stata marcata dall’egemonia di creatori maschi, oggi sono sempre più numerose le donne che propongono una moda meno legata a stereotipi e fantasie. Da oltre vent’anni cerco di creare delle collezioni che apportino stile, confort e una certa sicurezza di sé. Spero che la mia moda abbia lasciato la sua impronta sulla nostra epoca come quella di Chanel o Schiaparelli.

Pensi di essere una fonte di ispirazione per le generazioni più giovani?
Credo di aver lasciato un’impronta forte, proponendo una moda contemporanea, accessibile, portabile tutti i giorni. Infatti sono stata molto copiata.

Come è iniziata la tua passione per la moda?
L’origine della mia passione per la moda viene... dal mio detestarla! Quando ero adolescente, negli anni ’80, gli stilisti presentavano una donna oggetto, infiocchettata, tutto il contrario della mia visione della donna.

Quanto il tuo stile personale ha influenzato la tua moda?
Enormemente. Credo che sia stata proprio questa estrema sincerità ad aver determinato il successo del mio brand.

Come ti definiresti? Quali sono state le caratteristiche che ti hanno permesso di arrivare dove sei?
Ho iniziato in un’epoca in cui la moda imponeva molti diktat con una visione estremamente sessualizzata della donna. Allora come oggi ho proposto un’immagine molto più politica della femminilità e ho saputo creare uno stile identificabile che non è cambiato nel corso degli anni.

Pensi di essere stata sostenuta dal sistema moda francese? Quali figure  hanno influito sulla tua carriera?
All’inizio non ho avuto nessun sostegno dal mondo professionale, ma mi sono fatta rapidamente una clientela di donne che mi sono rimaste fedeli. Nel 2008 ho incontrato Emmanuelle Alt (dal 2011 direttore di “Vogue Parisˮ, nda) che ha esasperato il mio stile, dandogli un contributo enorme. Abbiamo collaborato per tantissimi anni allo styling delle mie sfilate, ed Emmanuelle mi ha aiutato a elaborare una visione globale con un lavoro sull’immagine di show e campagne pubblicitarie che ha reso il mio stile ancor più identificabile.

Chi sono i designer che ammiri?
Adolescente, sognavo di potermi vestire con le creazioni di Vivienne Westwood e Malcolm McLaren. Più tardi ho fatto la babysitter per permettermi un abito di Yohji Yamamoto o Comme de Garçons, ma anche una T-shirt da marinaio di Gaultier, un caban o una giacca di Margiela. Oggi mi piacciono i visionari come Alexander McQueen e Viktor & Rolf, gli immaginifici come Galliano e Lacroix, e più semplicemente quelli dotati di grande talento come Phoebe Philo e Rick Owens.

Come ti vesti?
Come molti altri designer indosso praticamente un’uniforme, un jeans grigio, una felpa e una giacca da uomo troppo grande per me. Lavorando tutto il tempo sui vestiti si ha bisogno di sentirsi a livello personale come una pagina bianca.

Dove ti immagini tra 10 anni?
Credo che siamo arrivati a un momento dove è assolutamente necessario ripensare radicalmente i propri stili di vita e di consumo, il pianeta ce lo chiede. Il nostro futuro è completamente da reinventare!

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