interviste

#WONDERWOMEN: Silvia Venturini Fendi

In conversazione con Silvia Venturini Fendi #WONDERWOMAN de L'Officiel Italia
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Illustrazione di Suwa

Esponente di terza generazione della dinastia fashion fondata dai nonni Edoardo e Adele nel 1925, Silvia Venturini Fendi inizia a lavorare per il brand nel 1994, dopo aver lanciato nell'1987, con le sorelle, la linea Fendissime. Nel 1997 disegna la baguette, prima it bag. Dal 2000 è responsabile del menswear, dall’anno scorso, dopo la scomparsa di Lagerfeld, è direttore creativo di Fendi. Appassionata di cinema, ha prodotto alcuni film di Luca Guadagnino.

È un momento di grande visibilità per le donne nella moda. Avverti anche tu questo shift?
Penso che le donne abbiano sempre avuto ruoli di rilievo nel mondo della moda ma forse oggi, vista la sensibilità all’argomento, si nota maggiormente. In quanto donne abbiamo sempre dovuto lottare per ottenere quello che volevamo nel mondo del lavoro e nonostante questo abbiamo avuto la capacità di gesti- re contemporaneamente sia l’aspetto professionale che quello personale. Il punto di partenza della collezione che ha sfilato a febbraio è stato mettere in discussione il tipo di donna che volevo vestire: potente, forte e libera. Ho voluto esplorare i vecchi cliché, i cosiddetti codici dell’abbigliamento femminile.

In materia di moda cosa hai imparato da tua nonna, dalle tue zie, da tua madre Anna? Hai dei ricordi distinti o piuttosto una visione d’insieme?
Come donna in un mondo di donne, ammiro e rispetto tutte loro, sono donne di carattere con una forte personalità, che hanno dovuto tenere duro in un mondo degli affari dominato soprattutto dagli uomini. Dovevano comportarsi in modo più mascolino e non si preoccupavano delle cose inessenziali. Dopotutto, non erano solo stiliste ma anche donne d'affari.

Lagerfeld è stato la forza creativa di Fendi dal 1965 all’anno scorso. Cosa è cambiato con la sua scomparsa? 
Da quando Karl non c’è più il mio lavoro non è cambiato, sono sempre io. Continuo a lavorare nello stesso modo e ad applicare le regole di sempre, quelle di Fendi, ma anche le mie personali per poter amare quello che faccio. Non so se sia stata io a scegliere questo mondo o se, essendoci cresciuta, sia stato lui a scegliere me. Mi chiedo sempre cosa avrei fatto se non avessi lavorato qui, ma d’altra parte rimango stupita (e orgogliosa) di quello che ho raggiunto. Quello che ho imparato è che devi vincere la tua battaglia sul campo. Non penso mai al passato, penso agli obiettivi futuri e vivo il presente.

Tra cambiamenti interni e cambiamenti del mercato credi che gli accessori continueranno ad avere una parte così preponderante nel fatturato e nella percezione di Fendi?
Credo che oggi più che mai sia importante focalizzarci sui prodotti iconici, timeless. Oggetti pensati per superare i confini generazionali e i trend. È una tendenza che nell’ultimo periodo è diventata sempre più importante anche per le nuove generazioni che sono interessate a tutto ciò che ha un valore legato a un heritage. In un momento in cui non ci sono più forti tendenze nella moda, ciascuno torna a lavorare sulla propria storia.

È un momento di grande ripensamento di tutto il sistema moda: quale sarà la direzione di Fendi?
Non si possano fare previsioni. Sicuramente non si comprerà più come prima, almeno per un po’, per questo motivo possiamo tornare al discorso dell’inizio. Pochi oggetti ma essenziali, rassicuranti.

Come immagini la donna Fendi?
La donna Fendi è tutte le donne. In occasione della sfilata F/W ho scelto di avere un casting di tipi diversi, per generazioni, età, fisicità, che non corrispondono a un’idea precisa di donna ideale, che per me non esiste. La collezione parla contemporaneamente di sensualità e austerità, di rigore e romanticismo: come dico io, dal boudoir alla sala riunioni.

Quali sono gli stilisti del passato o contemporanei che ti piacciono?
Sicuramente Karl. Da piccola vedevo mia madre e le sorelle che passavano ore ad aspettarlo. Capivo che stava avvenendo qualcosa di interessante, lo percepivo dall’eccitazione che provocava il suo arrivo da Parigi. È stato importante per la mia formazione. Mi ha insegnato a guardare sempre avanti, a non voltarmi indietro.

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