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Nuovi Orizzonti

Capo Plaza è il trapper del momento, Motta è il più classico tra i cantautori rock, Mecna è l’anello di congiunzione fra la trap e l’itpop. È la scena musicale italiana contemporanea
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Foto Giorgio Codazzi
Styling Alessandra Faja

Capo Plaza

Nel nuovo mondo della trap italiana Capo Plaza è considerato il più “nuovo” di tutti. Con un nome che è già una garanzia, “capo della piazza”, e con una sfrontatezza tipica dei 20 anni che celebra col titolo del suo primo album ufficiale, “20”, Luca D’Orso (il suo nome all’anagrafe) è visto come l’erede di Sfera Ebbasta e Ghali. Finora chi ha creduto in lui ha avuto ragione perché “20” era ancora al terzo posto della classifica di vendita a fine settembre. Nel 2014, a soli 16 anni, collabora con Sfera, il trapper dei record di Cinisello Balsamo, periferia di Milano, grazie ai continui spostamenti verso il Nord, in treno o in autobus, da Salerno, la sua città. Mentre Ghali lo accoglie addirittura nella scuderia di Sto Records, la sua etichetta discografica. Capo Plaza però ha le idee ben chiare e un suo stile personale preciso. «Sono entrambi come fratelli», racconta, «ma io non devo rifarmi a loro, sono Capo Plaza». Racconta nelle sue rime storie tipiche dei ragazzi della sua età, tra un giro in motorino e una sosta sulla panchina a fumare, con dei beat quasi sempre oscuri, grazie all’aiuto di amici produttori come Ava, «il migliore in Italia». Proprio gli amici, la famiglia, e la mamma in particolare, trovano un posto d’onore nei suoi pezzi, come sembra ormai prassi per quasi tutti i trapper d’oggi. «Mi sembra normale, no?», si schermisce un po’ in imbarazzo, «non è la persona più importante anche per te? La mia ha fatto sacrifici immensi per noi e poi mi fido del suo giudizio». Alla madre ha dedicato “Forte e chiaro”. Lì non mancano i riferimenti ai brand, ai macchinoni, a droghe varie, gli argomenti classici della trap: «È il genere che tutti ascoltano ora e si diffonderà sempre di più: è più semplice del rap anni 90, che è rimasto in fondo di nicchia». C’è spazio anche per la riflessione sugli anni che passano. Nella title-track rappa: “Prima ero solo un bambino ora ne ho 20…Ne ho fatti 20, zero rimpianti. Ne fumo 20, devo calmarmi”. Quale è la cosa peggiore del non essere più un bambino? «La consapevolezza che sei sempre solo, anche quando hai successo. È facile pensarlo quando ti trovi ad avere a che fare con un ambiente pieno di invidie come quello musicale». L’aspetto migliore sta nel riscatto sociale: «L’anno prima sotto l’albero non c’era nulla, mentre l’ultimo Natale la stanza era sommersa di regali. Sono soddisfazioni». Sulle prossime mosse non vuole sbilanciarsi. «Il mio nuovo album uscirà a sorpresa. Se ti ritrovi una mattina con una borsa nuova è diverso da quando sai già che dovrà arrivarti, no? Io sono sempre collegato per vedere se esce qualcosa di un altro rapper americano. Che poi, chissà se uscirà un altro mio album?». A giudicare dalla sua “cazzimma”, uscirà. E anche presto.

Motta

«Io mi sento un cantautore e non penso sia una parolaccia, per il resto non credo di rientrare in nessuna categoria». Eppure nel calderone chiamato itpop ossia musica italiana (tra Calcutta, Cosmo, Gazzelle, Coez, Brunori Sas, Thegiornalisti, Carl Brave e Franco 126) che non è trap, non esce dai talent show e che non si può nemmeno definire indie ma da mesi ha un successo consistente, spesso viene inserito anche lui, Francesco Motta, anni 32, livornese, ex cantante dei Criminal Jokers. «In realtà l’unica cosa che abbiamo in comune è che cantiamo in italiano». Di questa scena, che sia riconosciuta o meno, Motta può essere considerato il più tradizionale, un cantautore vero e proprio. In grado di smuovere grandi emozioni con le sue parole accompagnate da suoni rock e da ritmi potenti e ripetitivi. D’aspetto potrebbe essere un attore. Volto magro, bocca grande, occhi enormi, naso importante, capelli ricci. In una parola: espressivo. Il tutto su un corpo alto e secco. Il suo esordio da solista “La fine dei 20 anni” nel 2015 aveva fatto urlare al miracolo la stampa italiana e il grande pubblico. Poi ad aprile è arrivato “Vivere o morire”. Il segnale che forse lui aveva trovato la serenità inseguita nei testi precedenti, anche grazie al fidanzamento con l’attrice Carolina Crescentini. «Senza dubbio ho meno paura di invecchiare e sto meglio anche quando sono da solo. Anche se da solo non riesco a starci». Sulla copertina compare una foto che lo ritrae, come per l’album precedente, ma questa volta sfocata. «Mi sento più dinamico e questa è la mia salvezza. Prima era come se mi trovassi di fronte a un bivio che avevo paura di affrontare. Non sono sicuro che certe preoccupazioni siano passate veramente. Forse ho solo meno tempo per pensarci». Il suo disco della maturità (o quasi) ha vinto la Targa Tenco 2018 come Miglior Album. E per il prossimo? «Di solito parto con un’idea e poi questa viene completamente stravolta. Anche con “Vivere o morire” volevo pubblicare un disco elettronico. Poi l’ho rifinito con il mio produttore Taketo Gohara ed è rimasta poca elettronica. Inutile illudersi, con il prossimo sarà uguale». Posto che l’itpop non susciti un grande interesse, il pop invece? «Riuscire a creare una musica che arrivi a più gente possibile mi sembra un compito nobile, anche se non è quello che bisogna avere in mente mentre si lavora. Se non riesci a definire l’amore e poi canti solo “mi sono innamorato di te” a cosa serve?». E a cosa serve cantare? «A sentirmi meglio ma solo se riesco a provare un’emozione. Prima è il delirio: sono intrattabile e faccio star male quelli che mi stanno intorno. Ma poi se ce la faccio, anche se ho parlato di sensazioni bruttissime, è il massimo per me».

Mecna

Che Mecna non sia proprio un rapper comune, te ne accorgi appena lo incontri. Ascolta con attenzione, soppesa le parole con intelligenza, non è mai presuntuoso. Potrebbe essere considerato l’anello di congiunzione tra il rap old-school, la trap e l’itpop: «Sono dentro al mondo rap, mi sento vicino alla trap per la freschezza dei suoni e quando era uscito “Laska” (il secondo album del 2015, ndr) in molti mi avevano definito un cantautore indie. Lo sono nella misura in cui mi piace parlare di cose personali e soffermarmi sui particolari». Mecna, al secolo Corrado Grilli, nato a Foggia nel 1987 è stato infatti ribattezzato da qualcuno “il Drake italiano”. «Un’esagerazione», commenta imbarazzato, «il paragone può esistere solo per il fatto che Drake è stato uno dei primi a parlare di sentimenti e situazioni “normali”, in fondo perché anche io non devo fare rap solo perché non vengo dal ghetto?». Corrado non viene da una periferia malfamata, la sua vita si divide tra le rime e il suo lavoro da grafico free-lance, dove è peraltro molto richiesto. Nel suo ultimo album uscito a giugno, il quarto della sua carriera e il primo uscito per una major (Universal), “Blue Karaoke”, ha deciso di dare una bella scossa ai beat, molto più potenti dei lavori precedenti. «Pur lavorando sempre con i miei amici produttori Lunar e Iamsafe ho cercato di dire la mia e di inserire elementi diversi per dare ritmo a un disco che potrebbe risultare pesante, per quanto a me piacciano i dischi pesanti». Il “Blue Karaoke” del titolo, accompagnato da un’immagine stilosissima in copertina con Mecna di spalle abbracciato da una ragazza dall’aria triste, regala un’innegabile idea di malinconia. «Cito il karaoke perché ha dentro di sé il concetto di canzone che rimane nell’immaginario collettivo. In fondo anche a me piacerebbe che rimanesse qualcosa di mio». Una rima di “Senza di me” recita “Creare hype non è mai stato il mio forte” ma Mecna è capace di crearlo grazie anche a questo zoccolo duro di fan che si ritrovano nelle sue parole: «Non mi va di scrivere quello che faccio sui social, se non ho concerti o non esce un mio pezzo preferisco sparire per un po’. Così la gente si incuriosisce e aspetta quello a cui stai lavorando». Concerto dal vivo a fine ottobre e forse non poteva che essere così per un pugliese che ama il freddo: «Bella Foggia eh, ma non possono esserci 20 gradi a Natale», incalza. «Quando sono lontano dal palco per tanto tempo credo addirittura che potrei farne a meno, ma poi quando ritorno mi piace. Il mio live non funzionerebbe in una piazza. Molto meglio un luogo raccolto e intimo, anche per cogliere il mood di questo album». Album nato in inverno, ovviamente.

Grooming per Mecna e Francesco Motta: Pierpaolo Lai - Julian Watson Agency
Grooming per Capo Plaza: Loris Rocchi – Close Up 
Assistente fotografo: Viatceslav Pilolli
Operatore digitale: Umberto Corsico Piccolino
Assistente stylist: Luca Balzarini
Si ringrazia Erreci Studios

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