fashion

Anonymous Truth

by Antonio Privitera
24.01.2018
L’account Instagram @dietprada, il cui duo fondatore preferisce restare ignoto, racconta furti di idee creative attraverso sfilate e decenni, versioni “dietetiche” di moda spacciate per alte, tendenze nate copiando chi riceve più like. Una critica irriverente, basata su una solida conoscenza della moda. E un’eroina di nome Miuccia

@dietprada, l’account Instagram di cui tutti stanno parlando, non è soltanto il semplice confronto di due immagini (una sempre più recente dell’altra) che urlano a plagi, più o meno palesi, nelle collezioni di moda appena viste. Gli autori del profilo si interrogano (o denunciano?) se ci sia, per esempio, un rapporto tra la FW16 di Vuitton e la resort 2018 di Mugler, “ree” di avere le medesime gamme cromatiche. Oppure sulla sovrapponibilità dei tagli asimmetrici del giovane brand francese Boyarovskaya con quelli della precedente sfilata invernale di Céline. Analizzano i volumi di certi abiti di Rochas e Balenciaga o le borse rosse di Ferragamo e di Carolina Herrera, non scadendo però mai in un mero “gossip” di corsi e ricorsi storici. Il duo, che ha scelto l’anonimato, spiega la questione con piglio sociologico, partendo dall’omaggio a Prada nel loro nome d’arte. «Siamo da sempre grandi fan del brand. Abbiamo studiato design e storia del costume e Miuccia Prada è la nostra “eroina” perché ha capacità di intelletto e innovazione. Rifiuta e non sostiene le tendenze del momento, al contrario di altri suoi colleghi», dichiarano. Il marchio italiano così diventa per loro prototipo di bello e perfetto. «Per questo abbiamo inserito Diet nel nostro nome, con funzione ossimorica di Prada, perché oggi i designer ci propongono una versione leggera di moda, spacciata per alta. Quindi possiamo dire che cerchiamo di mostrare la parte meno ispirata del fashion design». Prendono sul serio la questione della purezza creativa. Se infatti l’idea e il suo ideatore sono difesi con ferocia, i misfatti etici vengono altrettanto causticamente denunciati sulla piazza mediatica. Avevamo puntato i riflettori su una designer di Londra, Jessie V E, che realizzava una serie di number-rings poi riproposti da Valentino. Il marchio è entrato in contatto con la designer e per noi è stata una grande soddisfazione perché vuol dire che ciò che portiamo alla luce ha rilevanza». Per loro la foce dell’emulazione nel campo della moda è localizzabile nel mare magnum del web. «Si fanno ricerche sulle tendenze di cui tutti parlano nei social network», affermano sicuri.

«È la stessa tecnica usata da Demna
Gvasalia. Lui è stato il primo ad
aver capito la generazione Internet.
La rappresenta e intinge tutto di
ironia. E parte la discussione»

«Si analizzano i like online e poi su questi dati si costruiscono i vestiti. Crediamo sia ben visibile nella faccenda di Dolce&Gabbana. I Millennial non comprano i loro abiti, ma si insiste nelle campagne pubblicitarie sul tema perché questi ragazzi rappresentano un trend. Il risultato di quelle pubblicità del resto è un po’ forzato». Viene da chiedersi se realtà come quelle di Diet Prada, un giorno, potranno diventare il nuovo approdo della critica giornalistica. «Credo che adesso sia necessario parlare alla gente con onestà. Leggiamo recensioni lunghissime e tutte simili; inoltre non è un mistero che ci siano ragioni economiche che spingano la stampa a dare feedback positivi a collezioni che non lo meritano. Noi nelle brevi didascalie delle foto scriviamo invece senza fronzoli. Siamo onesti, insolenti e divertenti». Ma attenzione, la coppia non profetizza affatto a un’inesorabile dipartita della parola: «sta cambiando solo il modo di avvicinarsi alla scrittura, tutti i testi oggi devono essere efficaci. Basti pensare banalmente alla maglia attivista di Dior: “We should all be feminists”». Parole che se pur utilizzate in veste grafica, come immagine, diventano rappresentative solo grazie al significato linguistico. «Crediamo poi che le grandi penne della moda oggi si atteggino a filosofi. Noi invece la ammiriamo in modo pratico. Amiamo comprare abiti, disegnarli e indossarli, parlarne e aprire un dibattito. È la nostra passione e quando abbiamo lanciato il profilo Instagram non avevamo idea di dove saremmo arrivati». Diet Prada gioca sull’equilibrio tra irriverenza e analisi del costume, funambolici come solo i dissacratori puri riescono a essere. «Del resto amiamo la provocazione. Spesso i nostri follower si chiedono quale sia il confine tra serietà e ironia nei nostri post». Uno straniamento che innesca subito la discussione. «Teoricamente è la stessa tecnica usata da Demna Gvasalia. Lui è stato il primo designer ad aver capito la generazione di Internet; la rappresenta e intinge tutto con una componente ironica. Ecco perché anche le sue collezioni dividono l’opinione pubblica».

Cover : "Ritratto anonimo” del duo dietro Diet Prada. Artwork di Lionel Ruiz (@rzlnl)

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