Fashion Week

La teoria dell'eleganza secondo Prada

Il menswear della griffe per l’AI 2020/21 è una riflessione sul senso di ciò che si fa e ciò che si indossa. Una visione di surrealismo classico, un insieme di capi pensari per durare
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“L’abbigliamento conta fino a un certo punto: di una persona conta soprattutto la testa”. Parola di Miuccia Prada che prima della sfilata uomo per AI 2920/21 ragiona a voce alta su quali spunti l’hanno portata a definire i look che da lì a poco attraverseranno la “piazza anti-eroica” progettata dallo studio AMO, con tanto di statua equestre disegnata da Rem Koolas in persona dove il cavallo ha otto zampe.
“Come andrà il mondo di qui in avanti, meglio o peggio? E in che modo posso ridefinire la mascolinità rendendola comunque accettabile. Queste sono le domande a cui ho cercato di rispondere attraverso una collezione che intitolerei Surrealismo classico, perché sono andata alla ricerca di una eleganza così esagerata da sembrare quasi surreale”. Classico è una parola da lei molto amata, per come racchiude in sé l’idea di ciò che ha davvero senso e perciò riesce a durare nel tempo. “Sto riflettendo molto sul valore che diamo al lavoro, alle cose, allo studio, che non è una parolaccia come certa gente ormai crede. Attraverso i miei abiti voglio fare arrivare questi concetti ai giovani, affinché possano usarli per trovare la propria strada”. E allora abiti siano, con i pantaloni accostati alla figura, se non addirittura skinny e spesso bloccati da una ghetta. Le giacche sono larghe quanto basta per creare un effetto piatto, da sempre una passione di Miuccia Prada. E poi ci sono i cappotti, molti e ben calibrati per competare la sua teoria dell’eleganza. Sui colori è stata fatta grande ricerca, per accostarli in modo armonico, sebbene mai scontato, come per esempio le ritrovate cravatte a tinte forti, appoggiate su camicie dark. E altrettanta attenzione l’hanno ricevuta i tessuti, quasi tutti a basso impatto ambientale. “All’inizio il tema della sostenibilità mi stava un po’ antipatico perché ci vedevo molta ipocrisia, poi ho cambiato idea. Mi sono resa conto che quando ogni azienda fa la sua parte le cose accadono e nel scegliere le stoffe, ne ho avuto la riprova. Prima si parlava di attenzione all’ambiente, ma era più che altro un tendere a, una intenzione. Oggi vedo che i tessutai sono preparati, hanno già modificato il loro modo di lavorare e il cambiamento sta diventando realtà”.

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