Fashion Week

Il fascino della couture conquista Parigi con Chanel , Armani Privé e Givenchy

La maison di rue Cambon si ispira agli anni di mademoiselle Coco trascorsi in orfanotrofio mentre per la griffe disegnata da Clare Waight Keller il fil rouge è il lavoro del fondatore negli anni 50. E Giorgio Armani si ispira all’Ikat e all’esotismo orientale
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Chanel e l'infanzia di Mademoiselle 

Lenzuola di Fiandra immacolata stese al vento, che racchiudono un cortile di fiori campagnoli e un piccolo orticello costruito intorno a una fontana semplice. Tutto intorno panchine spartane e in sottofondo le urla dei bambini che giocano. Per Virginie Viard la couture di Chanel diventa un viaggio alle radici di mademoiselle Gabrielle Coco Chanel e in particolar modo agli anni di Aubazine, ovvero l’abazia-orfanotrofio dove trascorse parte della sua infanzia. E quegli anni un diventano il punto di partenza per raccontare: «In dialogo tra l’iperdecoro della haute couture e la grande semplicità di quel momento della vita di Mademoiselle». E lo show è un gioco di rimando tra pauperismo e lusso. Le silhouette sono semplici, nelle vestine lineari o nelle camicette infantili, nelle giacchine minute o negli abiti che sembrano grembiuli. Ma le lavorazioni, le ricamature e i tessuti nascono in atelier. Ai piedi bebé di vernice e calzini di cotone. E indosso abiti da sera gonfiati di tulle e tuniche dal semplicità disarmante, velate da fogli di tulle. Lo stesso registro dipinge la sposa-bambina, in abito da educanda e con un piccolo a decorare lo chignon. 

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L'esotismo di Armani Privé

L’Ikat, ovvero quello speciale procedimento di tintura per i filati che è diventata simbolo della cultura malese ed indonesiana. Nato per raccontare quelle astratte nuvole cromatiche che dipingono il tessuto (la traduzione letterale di Ikat è proprio Nicola, nda). Giorgio Armani parte proprio da qui per la sua Armani Privé e si fa affascinare dall’Oriente partendo da: «Quelle tre giacche realizzate in ikat, che feci sfilare per la collezione primavera-estate 1990». E allora la couture della primavera-estate 2020 diventa un crescendo di colori e di preziosità. Per una sinfonia di cristalli tintinnati, di organze dipinte, di sete trasformate in quadri. E di colori speciali, dal verde pavone al bouganville, dal blu elettrico al rubino. A raccontare un esotismo che profuma di lusso. Tra tailleur pantalone dalle giacche piccole e dai sotto che gridano una fiaba etnica e abiti da sera vestiti di luce, dove le frange di perline compongono puzzle astratti di fantasie evocative. Compreso l’abito del finale, dalla gobba ampia e dal busto minuto, a raccontare una mariée che profuma di Oriente. 

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L'omaggio a Monsieur Hubert di Givenchy

«Ho voluto rendere omaggio al lavoro di monsieur Hubert de Givenchy, alle sue creazioni dei primi anni 50, al lavoro incredibile che ha portato avanti raccontando la silhouette delle donne». Clare Waight Keller parte da qui per raccontare la trionfale alta moda portata in passerella per Givenchy. L’ispirazione è l’amore. O meglio la lettera d’amore scritta da Virginia Wolf al marito prima di togliersi la vita. Ma anche i giardini che monsieur Hubert amava, come quello della su residenza estiva, Clos Fiorentina, nel sud della Francia. Il risultato di questo incontro sfila tra le colonne del Couvent de cordeliers dove è appesa un’orchestra da camera fluttuante. Che scandisce i passi delle ragazze con indosso creazioni monumentali. Gonne ricamati di fiori 3D dagli strascichi chilometrici. Cappe dalle spalle vestite di crine svettante. Tuniche che diventano cespugli di ruches architettoniche. Ma anche vesti immacolate scolpite nel pizzo o pepli fluttuanti dalle cromie estreme. Ma a incorniciare il volto sono i cappelli: parabole giganti di organza stratificata che raccontano un fascino da diva d’altri tempi. E che accompagnano le ball gown ma anche la sposa vestita di pizzo virginale. 

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