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Haute Couture: Dior SS 19

“Quel clown è un uomo o una donna? Né l’uno, né l’altra. È un clown”
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L'Haute Couture secondo Maria Grazia Chiuri, come sempre un mondo fatto per sognare firmato Dior. Il circo è il luogo della fantasmagoria. È la fascinazione di questo universo meraviglioso e nel contempo grezzo, poetico ed essenziale, ad aver trascinato l’immaginazione di numerosi artisti. Christian Dior amava andare al Cirque d’Hiver dove Richard Avedon, straordinario complice di Monsieur Dior nella restituzione dell’essenza della sua moda, scattò nel 1955 la celebre foto Dovima tra gli elefanti, immagine ancora insuperata nel rendere la magia e la grandiosità della couture. Dior ‘circus’ Comes To Town, titola il reportage della televisione inglese in occasione della sfilata Dior all’Hotel Savoy di Londra nel 1950. Il tema del circo continua a riaffiorare nelle spettacolarizzazioni della Direzione Creativa di John Galliano. Non è forse la sfilata una parade, proprio come quella che apre lo spettacolo del circo? La Parade che i grandi artisti del Novecento – come Pablo Picasso, Erik Satie, Serge de Diaghilev, Léonide Massine – riuniti attorno alla figura di Jean Cocteau – habitué di quel circo Medrano che vide tra gli appassionati anche Federico Fellini – progettarono in Italia tra Roma (la città natale di Maria Grazia Chiuri) e Napoli, per approdare sulle scene a Parigi nel 1917. È da questo caos immaginifico che parte Chiuri per questa collezione haute couture primavera-estate 2019. La sequenza visiva dei pezzi che la compongono fa deflagrare la memoria e l’immaginazione che abitano il circo e le sue relazioni con il costume, la moda e l’arte, fino a evocare i lavori che Cindy Sherman dedica ai clown. Una genealogia sedimentata dalle tante suggestioni: la pelle della donna tatuata, memoria di quel circo vittoriano e dei suoi fenomeni grotteschi, diventa una tuta dai disegni meravigliosi che plasmano il corpo, diventando narrazione da indossare sotto gli abiti. I colori polverosi, declinati e intrecciati in una palette infinita, come quelli che impastano il sipario dipinto da Pablo Picasso per il balletto Parade, simboleggiano anch’essi quell’usura, quella polvere sottile che riveste gli abiti da scena. Le gonne ricamate o incrostate di paillettes opache da lunghe si accorciano fino a diventare tutù che alludono ai codici del circo, abitato da acrobate, domatori e cavallerizze. Chiuri fa appello a questa incredibile varietà di suggestioni per comporre una sua personalissima Parade, composta da pantaloni ampi, leggerissimi, stretti alla caviglia, che possono diventare tute magnificenti. Shorts neri si abbinano a camicie bianche trasparenti, completate da gorgiere o da nastri che sembrano sfilacciati dal tempo. Ritroviamo inoltre busti in pelle, marinière, e giacche impronta nera di quelle da domatore. L’abito geometrico del clown, bianco, sobrio o sfarzoso, è reinterpretato nei materiali, nei ricami e nelle proporzioni. La sfilata è ritmata dalla performance della compagnia circense femminile Mimbre, attiva nella costante ricerca di una poetica dell’inatteso che sottolinea la fiducia e il legame che si creano fra i corpi delle acrobate. Circo come luogo inclusivo, dove il clown, nella sua dimensione androgina e asessuata, diventa espressione di una possibile uguaglianza: il suo sguardo smaschera una modernità, e non sono più la bellezza, la razza, il genere o l’età a contare, mala tecnica e l’audacia

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