Fashion Week

Digital fashion week, il futuro può attendere

Con l’ultima giornata di Milano Digital Fashion Week si spengono i riflettori sul primo esperimento di moda in digitale iniziato a Londra e proseguito a Parigi. Uno sforzo collettivo, non sempre riuscito, che lascia la voglia di tornare presto alle sfilate fisiche
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It’s not fun, but it’s ok. L’invidiabile capacità di sintesi dell’inglese rende in poche parole il senso, o meglio, la sensazione che la tornata di settimane della moda digitali ha suscitato tra gli addetti ai lavori. Cala il sipario sulla Milano Digital Fashion Week, la prima edizione online organizzata dalla Camera Nazionale della Moda Italiana per presentare le collezioni Uomo e le pre-collezioni Uomo e Donna della Primavera/Estate 2021. L’appuntamento italiano conclude un processo iniziato qualche settimana prima con il corrispettivo londinese, a cui aveva fatto seguito un doppio appuntamento parigino, da una parte l’alta moda Autunno/Inverno 2020/21, dall’altra il drappello di brand che hanno raccontato, tra video, performances, mini film e via dicendo il menswear per la prossima stagione calda.
Esprimere un giudizio è di per sé un’attività complessa: il caso di questo grande esperimento di moda online necessità di molteplici distinguo e abbondanti dosi di delicatezza. A prescindere dai risultati, va encomiato l’impegno delle istituzioni e dei brand per cercare di reinventare, in tempi strettissimi e tra mille difficoltà, un linguaggio obbligato alla distanza, all’immaterialità. Limitare il racconto a suoni e visioni emanate da uno schermo, rinunciando alla potenza soprattutto emozionale di un fashion show in carne e ossa, era una rivoluzione epocale. Una sfida gigantesca, tutto sommato persa con sollievo, perché anche i più sofisticati contenuti narrativi (come il mini film diretto da Matteo Garrone per la haute couture di Maria Grazia Chiuri chez Dior, o le visioni multiple che gli artisti e image maker Terence Nance, Joanna Piotrowska, Martine Syms, Juergen Teller e Willy Vanderperre hanno dato della collezione di Prada,  due tra i più vibranti) hanno dimostrato quanto in realtà sia ancora necessaria la fisicità, la presenza, l’impegno di ritrovarsi a una data ora e in un dato posto, per diventare tutti quanti attori di quella specifica rappresentazione. Una percezione corroborata dalla foga con cui il pubblico presente ha postato sui social media i cartoncini d’invito dei due show fisici di Dolce & Gabbana, nei giardini dell’ospedale Humanitas, e di Etro, nel verde dell’hotel Four Seasons. Un entusiasmo autentico, smorzato solo da certe mises un po’ troppo sbarazzine di chi forse  ha dimenticato che il lockdown è finito e  che la partecipazione a una sfilata di moda merita almeno un piccolo sforzo di stile.
Discorso a parte merita Gucci, il cui direttore creativo Alessandro Michele ha ancora una volta spiazzato le aspettative della fashion people con Epilogue, una diretta fiume, iniziata alle otto di mattina dell’ultimo giorno di Milano Digital Fashion Week per svelare tutti i passaggi necessari alla realizzazione del look-book di collezione. Sul set, il fotografo Mark Peckmezian ha scattato le mises indossate dallo stesso ufficio stile di Gucci, i designer che affiancano Michele nella quotidianità. Quanto a Zegna, è probabilmente la maison che ha saputo più di tutti mediare tra il desiderio di incantare i viewers e l’esigenza di mostrare il prodotto. La sfilata senza pubblico, che si è svolta tra i boschi e i declivi dell’Oasi Zegna (la riserva naturale a ridosso della fabbrica di Trivero e sempre aperta al pubblico) per concludersi sul tetto dello storico lanificio da cui tutto è partito nel 1910, ha trovato il giusto equilibrio tra concretezza e sogno. Volendo cercare del buono in una emergenza mondiale come quella scatenata dalla pandemia di Covid-19, abbiamo avuto la possibilità di toccare con mano un futuro possibile e decidere che tutto sommato ci diverte di più quello che già conoscevamo bene. Questo non significa che le digital fashion week siano da buttare, anzi. Solo che al prossimo giro di sfilate fisiche, in programma a cominciare da New York l’11 settembre, per proseguire con Londra dal 18 al 22, Milano in programma dal 22 al 28 e chiudere con Parigi dal 28 al 6 ottobre, chi riuscirà ad andarci, avrà, forse una volta per tutte, capito la fortuna che ha nell’accomodarsi in sala e godersi lo spettacolo, seppur tutti bardati di mascherina e distanziati a dovere. Di buono le digital fashion week hanno che, per i non addetti ai lavori,  si è amplificata di molto la chance di entrare in contatto con l’universo fashion nel momento in cui viene rivelato per la prima volta, di stagione in stagione. E utile è stato lo sforzo di radunare intorno ai big che si succedevano nel calendario virtuale una serie di new names, pronti a raccontarsi in veloci contributi video. Quando le sfilate erano una continua scorribanda per le città saltabeccando di show in show, erano in tanti a dire che avrebbero voluto passare a dare un occhio ai talenti emergenti, ma proprio non ne avevano il tempo. Adesso chi non si impegna a conoscere e a sostenere la next generation di creativi, potrà solo prendersela con la sua pigrizia mentale.

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