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All'ombra dell'ultimo sole

Se nel make up esistono cosmetici specifici per le carnagioni scure (vedi la linea di Rihanna), nell’universo dei solari siamo ancora “fuori fuoco”. Le creme pensate per le caucasiche tengono conto delle esigenze delle diverse etnie? Non tanto
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Foto Anne Barlinckhoff

Here comes the sun. Sì, il sole è finalmente arrivato. Lo accogliamo in modo sempre più protetto e consapevole, ma anche più controverso sotto vari aspetti. L’ultimo in ordine di comparizione è quello etnico, che dopo essersi posto con forza in altri ambiti dell’universo cosmetico si affaccia ora con più decisione sul fronte protezione solare. Vale a dire che mentre, per esempio, il lancio beauty forse più atteso della stagione è stata la linea di make up “Fenty Beauty by Rihanna” - pensata inizialmente proprio per colmare un gap nelle prestazioni sulla pelle di toni scuri - quando si tratta di sunscreen la faccenda è, letteralmente, ancora fuori fuoco. Non che non sia stata posta (tanto che al tema hanno dedicato titoli il New York Times, il Guardian e più recentemente l’Independent e Business of Fashion) ma non vi è sempre sufficiente chiarezza sul fatto che le creme pubblicizzate per le pelli caucasiche, che monopolizzano il mercato, tengano realmente in considerazione

le esigenze specifiche delle diverse etnie. Perché gli esperimenti in questo senso non mancano, ma non sono mai andati oltre una distribuzione di nicchia. Anche se è vero che Katonya Breaux ha fatto parlare di sé non soltanto perché nel tempo libero fa la madre di una celebrity (il rapper americano Frank Ocean, ndr), ma perché ha creato il marchio UnSun che produce cosmetici e prodotti sunscreen pensati per pelli come la sua. Solari a base minerale, in sostanza, ma colorati per evitare l’effetto grigio/blu che quelli bianchi creano su un corpo scuro. Ed è altrettanto vero che l’ultima trend edition di un’azienda di larga distribuzione come Essence è ispirata alle bellezze di Africa, Asia e Oriente, e ha come prodotto di punta uno stick di terra abbronzante presentato anche in tonalità bronzo proprio per le carnagioni da scure a molto scure. Il problema della schermatura dai raggi insomma è ormai diffusamente sentito, ma ciò non toglie che vi sia ancora molta confusione sotto il sole. Al punto che i ricercatori della Cincinnati University hanno affermato esplicitamente che, per colpa del “mito” secondo cui le popolazioni africane e asiatiche non sviluppano tumori cutanei, si è determinato un aumento di diagnosi tardive. Un primo punto fondamentale lo fissa Alexa Andre, Scientific Communication & Training Director dei laboratori dermatologici SVR, che hanno appena messo a punto una tecnologia depigmentante ispirata dallo studio del chiarore palmo-plantare trasversale a tutte le etnie: «Le pelli scure hanno una presenza forte di melanociti, quindi producono più melanina e hanno una protezione spf intrinsecamente più alta dalle lesioni per raggi UV. Questo significa tra le altre cose che la prevalenza di tumori cutanei è più bassa - anche se c’è e ha un grande rischio di mortalità. La genetica non mette viceversa al sicuro dalle fotodermatosi, o da inestetismi dovuti ad accumuli di melanina come il melasma. Ecco perché, nonostante abbiano in media minor propensione ad applicare gli schermi, secondo una ricerca dello Skin of Color Center di New York anche la popolazione nera e quella ispanica dovrebbero come tutti utilizzarne quotidianamente uno intorno a 30 spf». A proposito della risposta del mercato fa eco poi Olivier Doucet, Vicepresidente Ricerca & Sviluppo del Laboratori Lancaster, pionieri assoluti della protezione solare: «I marchi che sviluppano dei sunscreens specifici per le pelli nere sono davvero pochi, perché quelle epidermidi possono beneficiare di molti prodotti che sono già sul mercato. Detto ciò, naturalmente non tutte le referenze sono adatte ai loro bisogni, e alcune textures possono essere più consigliabili di altre da un punto di vista estetico». Anche la dermatologa Maria Rosa Gaviglio, consulente di L’Oréal, pone l’accento su un discorso di piacevolezza: «Basti considerare che quel tipo di pelle ha ghiandole sebacee più grandi e risulta quindi più grassa. Ma la razza caucasica ha tali e tanti problemi cronicizzati rispetto al sole, che la gamma già studiata copre davvero tutte le esigenze». Oggi sicuramente la ricerca copre tutte le esigenze per ogni etnia, ma è sicuramente spiacevole “sembrare dei clown per proteggere la propria pelle”, come aveva twittato proprio Katonya Breaux, nel 2013, lanciando l’hashtag #blackfolksburntoo.

Cover: “Noir Paradis”, Côte d’Ivoire, 2016 
Foto1: un’immagine dalla serie “Cocoa”, Côte d’Ivoire, 2016

 

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