Audemars Piguet

#Art: intervista a Arin Rungjang

L’artista thailandese parla del suo rapporto molto personale con la storia. La sua e quella del secolo, che è diventata materia della sua opera
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Camicia e cravatta: Dries Van Noten; orologio “Code 11.59 by Audemars Piguet” a carica automatica di oro bianco 18 carati, 41 mm, Audemars Piguet.

Arin Rungjang ci accoglie nel suo appartamento berlinese. Su invito della DAAD (un’importante istituzione che organizza scambi universitari e offre borse agli artisti), l’artista 44enne è protagonista di una residenza artistica di un anno in città. Sta preparando una mostra personale che si svolgerà a Singapore ad agosto, nel polo artistico Gillman Barracks, e a novembre parteciperà alla Biennale di Toronto. 

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Cardigan di lana, Prada; orologio “Code 11.59 by Audemars Piguet” a carica automatica di oro bianco 18 carati, 41 mm, Audemars Piguet. In apertura di servizio.

Dove trovavi l’ispirazione durante gli anni della tua formazione? 

In origine, la Thailandia dipendeva dall’agricoltura. Nel 1932, quando cambiò il sistema politico, optando per una monarchia costituzionale al posto di una monarchia assoluta, il primo ministro decise di obbligare gli uomini a portare il cappello, in modo che avessero un’aria inglese, e a mangiare uova per aumentare la propria massa muscolare! È assurdo, non ti pare? Mia madre appartiene alla prima generazione nata in quest’epoca, ma si è sempre sentita legata all’epoca dei battelli che navigavano nei canali e dei bufali nelle risaie. È importante che tu capisca il paesaggio della mia giovinezza. La scuola d’arte in cui seguivo i miei corsi aveva la reputazione di essere tradizionale. La generazione dei miei insegnanti era la prima ad aver avuto la possibilità di studiare all’estero. La gente tornava con storie leggendarie. Esattamente come succedeva quando gli abitanti dei villaggi tornavano dalla foresta e affermavano di aver ucciso una tigre. E tutto il villaggio ci credeva. Uno dei professori andò a Düsseldorf: al suo ritorno ci parlò di Joseph Beuys. Non c’era l’Internet all’epoca, non avevamo altra scelta che credergli. E ne abbiamo tratto le (nostre) conseguenze. Capisci cosa voglio dire?.

In questo momento stai lavorando alle opere destinate a “Spectrosynthesis II”, la seconda manifestazione più importante dell’Asia dedicata all’arte LGBT. Fino a oggi, la tua sessualità non era mai stata al centro del tuo percorso. 

Non mi sembrava necessario. Mi sentivo a mio agio con quello che ero. Quando ho ricevuto l’invito a partecipare a questa manifestazione, ho cominciato a riflettere sulla mia infanzia, sulle difficoltà che ho incontrato in quanto omosessuale. Ho capito che era importante non tanto condividere i miei problemi privati quanto mettere in luce dei punti in comune con paradigmi più generali. Tra i miei amici sono stato il più fortunato: molti hanno avuto grosse difficoltà di inserimento, altri sono morti di AIDS. 

C’è stato un momento in cui hai sentito che la tua vita professionale doveva prendere un’altra direzione? 

Il “Rwanda Project”, un’installazione che ho realizzato per la Biennale di Sidney nel 2012, ha avuto un grande impatto su di me. Ho lavorato con 13 orfani i cui genitori erano rimasti uccisi nel genocidio. Avendo perduto anch’io mio padre, mi sentivo molto vicino a loro. Non soltanto ho imparato molto dalle loro testimonianze, ma mi sentivo umanamente legato a loro attraverso il lavoro svolto.

Foto: Dennis Schoenberg.
Styling: Bodo Ernle.
Grooming: Kenny Campbell.

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