L'Officiel Art

Samuel Fasse & Michel Gaubert: un dialogo tra arte e musica

Al suo debutto editoriale, il giovane artista Samuel Fasse dialoga con l'architetto del suono Michel Gaubert. Parlando di libertà e fallimenti, nell'era di Internet.
Reading time 7 minutes
CELINE BY HEDI SLIMANE Giacca, camicia e catena.

Nel 2017, il giovane artista Samuel Fosse ha presentato Le Regard Ailleurs“The Look Elsewhere", al Palais de Tokyo contemporaneamente alla fashion week parigina. La mostra ha segnato il debutto della collezione del laureato della Royal Academy of Fine Arts di Anversa e l’emergere della sua tecnica ibrida. Fasse è risultato essere un prodigio di pratiche performative sfidando, da subito, il concetto stesso di creazione singola, e dissolvendosi immediatamente in collettivi e collaborazioni. La mostra di Fasse era un Gesamtkunstwerk. Quello che il mondo dellʼarte chiama un corpo totale di lavoro, uno spettacolo che si muoveva tra il reale e lʼirreale, il fisico e lʼimmateriale, la materia e il virtuale. A differenza di altre installazioni dʼarte immersive, lo spettatore sperimentava un punctum — una frattura nello spazio e nel tempo — perché poteva vedere il performer ma non ciò che lui vedeva. Il performer e il pubblico quindi condividevano la stessa stanza, ma co-esistevano in realtà separate. Il video della performance si muove tra i soggetti in un mondo virtuale in 3D, con la composizione musicale come unico filo conduttore. La musica rimane, quindi, al centro della forza collaborativa di Fasse, comprensiva di ballerini, artisti, produttori tessili, artigiani e altre celebrità della scena underground parigina e della danza, come la Iconic House of Ninja. Il sound designer parigino Michel Gaubert è onnipresente nel mondo della moda e ha contribuito più di chiunque altro a dare forma allʼesperienza della sfilata contemporanea, creando dagli anni Novanta paesaggi sonori coinvolgenti per le sfilate di Karl Lagerfeld, Raf Simons Dries Van Noten.

Michel hai raccontato spesso che il suono è un'esperienza visiva.
MICHEL GAUBERT: Penso che la musica sia il compagno sonoro di una sfilata di moda. Lʼintera sfilata è fondamentalmente unʼimmagine che si crea e cambia continuamente. La musica va di pari passo con la moda, ma porta anche unʼaltra immagine. Prendi unʼimmagine che è rossa, e metti la musica che ti fa pensare al giallo; forse il risultato sarà arancione su blu. È una giustapposizione di cose messe lʼuna sullʼaltra. Quando vedi un film ti ricordi la colonna sonora, e quando ti ricordi la colonna sonora rivedi il film nella tua mente. Soprattutto per me, ci sono così tante sfilate di moda che ricordo per la musica.

Dagli anni Novanta, il termine "autenticità" è andato in crisie anche la nozione di stilista come "grande autore" si è svuotata di senso. I marchi sono diventati qualcosa di più della visione di un solo artista, e l'idea stessa di collaborazione è cambiata.
MG: Per quanto riguarda la musica, Internet non è stato realmente importante fino alla metà degli anni ʼ90 o addirittura allʼinizio degli anni 2000.

La moda è passata dall'essere solo per gli addetti ai lavori ad essere accessibile agli outsider, ed è diventata uno spettacolo a cui tutti possono partecipare. Come pensi che siano cambiate le cose dopo?
MG: È stato molto graduale. Abbiamo avuto idee che non potevamo realizzare perché la tecnologia non cʼera ancora. Una volta ho fatto qualcosa con Bruce Nauman per Viktor & Rolf nel 2010. Abbiamo creato dei CD come sound art per la mostra. Poi il video è andato in diretta su un sito di notizie, ma non potevano riprodurre la musica perché non avevano i diritti dʼuso. Questo durante lʼinizio dello streaming. Ora la maggior parte delle volte le persone sono perfettamente dʼaccordo con lʼuso di qualsiasi cosa. Forse oggi è più un atteggiamento alla Richard Prince.

Ora la gente vede tutto su internet come libero da diritti d'autore? Ognuno può usare quello che vuole?
MG: Dovrebbe essere libero da copyright, perché altrimenti tutto sarebbe potenzialmente protetto. Le persone metteranno il copyright sulle modelle, possono anche chiedere agli spettatori sedute in prima fila di essere protetti da copyright. La vita non può esistere in questo modo. Tutto sarebbe estremamente piatto.
SAMUEL FASSE: Siccome sono cresciuto con Internet, non ho mai avuto nessuna di queste esperienze con i diritti dʼautore. È già stressante per me trovare
qualsiasi elemento del mio lavoro sul web! In verità, non ci penso mai quando lavoro. Sono favorevole alla collaborazione e alla diffusione del mio lavoro sul web, per quanto possibile. Nel mio lavoro uso anche le nuove tecnologie. La gente di tutto il mondo potrebbe aggrapparsi a uno dei pezzi e magari usarlo per qualcosʼaltro non voluto. Ricordo che un giorno un amico che lavorava in un ufficio creativo in Asia e seguiva le tendenze del mondo mi scrisse: “Oh mio Dio, una delle tue performance viene trasmessa in Corea proprio ora”. Io ero tipo: “Oh, cazzo!”. Sapete, è una cosa intensa. In quel momento ho capito che una delle mie opere dʼarte poteva essere mostrata e vissuta ovunque. Il lavoro può diffondersi in tutto il mondo in un modo che lʼartista non può controllare. Nel mio lavoro ci sono momenti intimi che vivo nel tempo e nel luogo in cui accadono, e lʼesperienza successiva è fuori dal mio controllo. Non sai quale sarà la conseguenza: negativa o positiva.
MG: Le persone si creano anche unʼimmagine di te, il che probabilmente è totalmente sbagliato. La gente pensa che sono un certo tipo di persona quando invece potrei essere il contrario.

Siete entrambi molto aperti sull'essere artisti o creatori queer. Cosa significa questo per voi nel 2020?
MG: Essere un artista queer nel 2020 significa per me lo stesso che essere un artista queer — se posso definirmi un artista — negli anni ʼ90. Penso che sia molto importante essere quello che sono e non preoccuparmi di quello che la gente pensa di me. A volte non vado al Pride perché non sono lʼattivista in prima linea che grida per i miei diritti, ma faccio la mia parte. Faccio sapere alla gente chi sono in tutto ciò che faccio; non cʼè dualità. Ed è importante che la gente sappia che sono queer, perché questo aiuta molte altre persone. Per questo lo dico apertamente. È importante che la gente sia molto aperta. Tu sei la tua persona, e questo è ciò che è più importante per me.
SF: Lavoro sempre con le persone che mi sono vicine. Nel mio lavoro ho spesso interpreti trans e POC, e la gente mi chiede sempre cosa sto cercando di dire con questo. Pensano che io faccia commenti sui problemi dei transgender con la mia performance, ma non è così. Gli artisti sono miei amici, prima di tutto, e se volessi parlare di questo lo farei in un altro modo. In questo momento storico, io e i miei amici abbiamo il libero arbitrio di essere chi siamo, almeno a Parigi. Tutti vogliono metterti in una scatola, per categorizzarti e sentirsi rassicurati. In qualche modo questo fa sentire le persone più sicure. Io, non accetto categorie.
MG: Quando si guarda allo stato del mondo, la gente viene privata dei diritti fondamentali. Siamo nel 2020 e vorrei che fossimo andati più lontano di dove siamo ora. Da un lato, stiamo combattendo e la gente sta diventando più aperta. Dallʼaltro, la gente vuole rimettere tutto in un armadio. Io non sono un combattente, ma mettendo il mio gusto in avanti, spero di poter cambiare il mondo.

Photographer François Quillacq
Styilist Margaux Dague
Grooming by Fidel Fernandez
Photographer Assistant Yvonne Dumas Milne
Stylist Assistant Lea Sanchez
Shoot Assistant Lilly Gray
Location Poush Manifesto, Clichy

Tags

intervista
samuelfasse
michelgaubert

Articoli correlati

Articoli consigliati