L'Officiel Art

Mario Airò a Milano

Vistamare ospita l'installazione "Il mondo dei fanciulli ridenti"
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foto di Filippo Armellin

“Tutta l’arte si organizza intorno al vuoto”. Con questa frase lo psicoanalista Jacques Lacan indicava come l’arte fosse l’ultimo velo di bellezza a salvaguardia dell’oblio esistenziale delle nostre vite. L’artista Mario Airò nell’installazione Il mondo dei fanciulli ridenti che pervade integralmente il piano superiore della galleria Vistamarestudio di Milano decide di circumnavigare “quello che manca” oggi; ovvero la leggiadria del mondo dell’infanzia, l’aporia emotiva che ci abita in questo tempo perché abbiamo disimparato a essere dei “buon selvaggi”. Un pavimento di PVC verde, di quelli che si trovano nei campi sportivi, abbraccia la pianta del cursus di Stonehenge; dall’angolo di questa forma parte un tubo di ottone che procede la sua traiettoria fino a trasformarsi in un vaso contente una calla bianca, completando così il suo tragitto. Con la fioritura, segno della fecondità della terra.

La dimensione odeporica del “vagabondare” è centrale nell’arte di Airò, che, se pur non s’identifica formalmente con l’arte cinetica, sottende sempre un’idea di cambiamento, un’estetica che si spinge ad andare un po’ più in là, ad oltrepassarsi nel tempo e nella forma. Come le trombe d’aria che nella mente neolitica non erano intese come una calamità imprevedibile e funesta, ma anzi rappresentavano la continuità, l’atto sessuale tra il cielo e la terra. In questa dialettica generativa è come se i due piani della galleria si fecondassero a vicenda in maniera speculare al contenuto delle opera che ospitano. Al piano sottostante della galleria è presente un’altra opera site-specific, Incubation place #3, che rappresenta il lascito della creazione rappresentata al piano superiore. L’opera è costituita da una disseminazione nello spazio di elementi germinanti, costituiti da monticelli di sabbia di forma conica, che non possono che rimanadarci alla Land Art di Kounellis, ad opere come Sacchi e semi. Rispetto però alla sterilità dell’opera del 1969, la reinterpretazione di Airò è più divertente e dinamica. Dai suoi cumuli nascono infatti cucchiai per il miele, immersi in precedenza nel colore. Insomma, l’arte di Airò tenta di organizzarsi intorno al vuoto; ma quel vuoto pare proprio che, come la vita, non riesca a stare fermo.

 

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