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Inaugura Ordet a Milano

Una nuova piattaforma di produzione artistica e culturale
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Ordet è un celebre film del 1955 in cui Carl Dreyer indaga le paure e le angosce legate alla fede cristiana, superate grazie alla speranza e alla concordia ritrovata. Da inizio maggio, il capolavoro del regista danese è anche il nome che hanno scelto Edoardo Bonaspetti e Stefano Cernuschi per la nuova «piattaforma di produzione artistica e culturale» da loro diretta. Bonaspetti e Cernuschi sono collaboratori di lunga data, avendo rispettivamente fondato e diretto l’apparato editoriale di Mousse fino all’anno scorso. A Ordet si occuperanno della programmazione, con la
collaborazione di Anna Bergamasco in qualità di project manager e di un development committee insolitamente ampio, composto da nomi notevoli di curatori, critici e teorici internazionali: Elena Filipovic, Philippe Pirotte, Ute Meta Bauer, Chus Martínez, Catherine Wood, Vincenzo de Bellis e Fernanda Brenner.


L’idea, spiegano i due direttori, è quella di avere uno spazio dedicato alle arti visive e performative in cui organizzare mostre, rassegne e incontri, i cui protagonisti siano artisti, curatori e specialisti provenienti da diverse discipline. La speranza è di favorire la nascita di progetti e collaborazioni tra prospettive diverse: gli scambi con l’estero sarebbero facilitati dalla presenza nel comitato di dirigenti di istituzioni e accademie. A finanziare l’iniziativa c’è un gruppo di Patron e benefattori in cui spicca il nome di Massimo Giorgetti. Fondatore di MSGM e da sempre interessato all’arte contemporanea (basti pensare alle sue frequenti collaborazioni con Maurizio Cattelan), Giorgetti ha messo a disposizione del progetto lo spazio del suo primo showroom milanese, in via Adige 17. L’ex officina di 250 mq è divisa in diversi ambienti: così, spiega Bonaspetti, attorno alla struttura di un’esposizione sarà possibile presentare altri progetti che affrontino gli stessi argomenti da punti di vista diversi. Lo sguardo di Ordet è infatti rivolto al presente e all’immediato futuro, all’arte e al fare arte come modo di affrontare la realtà: emerge qui per ammissione di Bonaspetti stesso la sua lunga consuetudine con il lavoro editoriale, la scelta di un tema principale attorno a cui far ruotare i contributi e l’attenzione incessante a ciò che accade nel mondo.


Come biglietto di presentazione, Ordet ha chiamato a inaugurare il programma l’artista californiano John Knight con una doppia personale: A work in situ, presentata il 5 maggio e aperta al pubblico dall’11 al 1 giugno, e adesso Another work in situ, esposta dal 6 giugno. Come per tutte le esposizioni di Knight, anche qui l’artista non ha concesso la divulgazione di foto prima dell’apertura. Le sue personali sono sempre in situ, lavorano con l’architettura, sfruttando le particolarità dello spazio espositivo. In A work in situ ritroviamo la sua ormai ultraquarantennale passione per i riflettori, documentata dal curatore Robert Snowden nel catalogo della mostra di Knight Vacant Possession, esposta a Londra nel 2016. Oggetto comune nella Los Angeles in cui Knight vive e lavora dagli anni Settanta, il riflettore è in grado col suo fascio di luce di colpire lo sguardo e l’immaginazione in qualunque evento venga usato. Spostato dalla sua solita postazione all’aperto e collocato in un edificio, la sua luce e il suo calore diventano un’esperienza più intensa e del tutto diversa, che al calare del buio diventa visibile anche dall’esterno grazie alle finestre e ai lucernari posti sul soffitto. Il significato del riflettore non è immediato, o forse non c’è, o può essere riempito a piacimento secondo le esigenze dello spettatore come un buco nel pavimento, commenta Snowden. La sua valenza cambia anche secondo i luoghi e le epoche: da strumento militare usato per respingere gli attacchi aerei a segnale di una vendita di auto, lo spettacolo e la guerra si combinano in lui, lo rendono impossibile da ignorare.

Qualunque sia il senso di questa luce, se ne ha uno, è presente.

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