L'Officiel Art

“Il cielo sulla terra”: Tiziano e Gerhard Richter

La mostra a Palazzo Te che mette a confronto i due artisti
Reading time 4 minutes

«[…] Come artista europeo e occidentale non posso non affrontare il dramma che mi unisce alla tradizione… dico che l’artista trae dalla tradizione e dal passato la libertà di rinnovare la forma».

Queste le parole di Jannis Kounellis in un’intervista apparsa su Il Giornale dell’Arte nel 2009. Una frase che per concisione non smette di colpire ancora oggi e di racchiudere nel movimento ciclico che suggerisce, una grande e spesso ignorata verità sulla storia dell’arte.

È il 1972 quando, durante una visita alla Scuola Grande di San Rocco a Venezia, Richter vede per la prima volta l’Annunciazione di Tiziano, riconoscendo una qualità “che rende arte un’opera d’arte” e decide di copiarla. Da quel momento in avanti il dialogo con l’antico maestro cadorino non si è più interrotto ed ha continuato, nota di cuore e di fondo insieme, a nutrire segretamente le sue prove artistiche più ambiziose.

Su suggerimento dello storico cinquecentista Giovanni Agosti, Palazzo Te di Mantova riprende le fila di questa conversazione fra i due artisti, proponendo a Richter di elaborare un progetto a partire da due capolavori assoluti di Tiziano: l’Annunciazione di S.Rocco e quella conservata al Museo Nazionale di Capodimonte. Ne risulta una piccola mostra preziosa e polifonica, capace di ripensare non solo il grande tema dell’annunciazione ma anche quello, fecondo per definizione, del femminile. Dalla rappresentazione di Maria come figura angelica che apre e rende possibile l’esperienza assoluta del divino a quella, ugualmente nodale e sublime, delle donne che Richter ha avuto più vicine nella sua vita: le figlie e la compagna, nella loro presenza quotidiana, affettiva e mistica.

È così sbocciata la mostra che, a partire da una straordinaria intuizione curatoriale, è arrivata a coinvolgere attivamente uno dei più grandi artisti dell’arte contemporanea. La prima opera che si incontra è proprio l’Annunciazione del 1539, con i suoi colori caldi e le sue forme che sembrano disfarsi ad ogni momento per un eccesso di devozione e di vita. Nelle sale successive si alternano diciassette opere astratte di Richter, direttamente uscite dallo studio dell’artista, splendenti, mai buie, mai opache, anch’esse come colte un attimo prima di sfaldarsi, prima di lanciare in aria un’ultima fiammata. Si tratta dei cosiddetti foto-dipinti, fotografie fuori fuoco che danno sempre la sensazione di essere in movimento, di passare fuggevolmente davanti agli occhi. Le sue Abstrakte Bilder invece appaiono come sciabolate di colore, simili a smagliature di luce, che compongono velari stracciati ed evocano impressioni coloristiche di altri tempi. È qui che il dialogo con Tiziano si fa più serrato, sul terreno di un classicismo cromatico che li accomuna e li rende complici, un classicismo che il critico d’arte Roberto Longhi definì bene a suo tempo con il termine di “flagellazione cromatica”. Una volontà di trasparenza presente in entrambi gli artisti suggerisce l’esistenza di un “oltre” misterioso e ipotizza un legame quasi diretto tra il racconto dell’Annunciazione e la questione della “visione” in ambito pittorico.

In un momento storico, il nostro, in cui un numero sempre crescente di mostre tentano di istituire parallelismi tra maestri del passato e artisti contemporanei, come interpretare tutto ciò? Con quali parole descrivere la complessità di un fenomeno che scompagina la storia, la sua presunta linearità, le sue nozioni prestabilite e fonde temporalità che sembrano non avere nulla in comune? Forse con quelle di Walter Benjamin che parla dell’origine di un’opera d’arte non attraverso l’immagine semplicistica della fonte, ma attraverso quella dinamica del vortice, come di qualcosa che può apparire in qualsiasi momento, imprevedibilmente, nel corso di un fiume, ovvero nel corso della storia.

In questo senso, una storia dell’arte degna di questo nome, è una storia dell’arte che si espone ogni volta al rischio di un vortice, di una frattura o di uno strappo. Essa è innanzitutto anacronismo - ciò che può rendere giustizia al potere di sopravvivenza presente nelle immagini e alla loro complessa stratificazione temporale. Il passato esiste ed è al lavoro appassionatamente nelle cose, in tutte le cose, talvolta come lutto o fantasma che non smette di ritornare e perseguitarci nel presente. Perché in fondo l’arte, la grande arte, è sempre contemporanea.

 

/

Articoli correlati

Articoli consigliati