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Giorgio Andreotta Calò all'Hangar Bicocca

La nuova personale dell’artista veneziano, dedicata alla "Città di Milano"
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La mostra di Giorgio Andreotta Calò a Pirelli HangarBicocca di Milano non è una sola mostra, si tratta di più mostre in quanto ogni singola scultura e installazione è rimodulata costantemente dalla presenza o dall’assenza della luce naturale che penetra nell’imponente ortogonalità dello shed. Come in una Genesi continuamente reinscenata il modo in cui percepiamo le forme è all’insegna del dogma emotivo della meraviglia. Se la visitiamo dopo il tramonto ci sentiamo alla stregua di subacquei, naviganti nel mare urbano; sì perché la personale di Calò è un’ode visiva alla "Città di Milano" (è infatti questo il titolo della mostra).

La terrestrità urbana di Milano che la mostra racconta è in un certo senso dissidente, mescolandosi con la materia onirica e liquida di cui è fatta Venezia, la città di provenienza dell’artista. La curatela della mostra è costruita come un arcipelago che disorienta; veniamo accolti da una proiezione di immagini sottomarine che mostrano il recupero del piroscafo Città di Milano, usato dall’allora Pirelli Cavi per depositare nelle profondità del Mar Mediterraneo cavi sottomarini; la nave naufragò nel 1919 nei pressi di Filicudi. L’artista nel 2015 ha rimontato immagini di repertorio e questa operazione è il fil rouge dell’inquadramento estetico a cui è sottoposta Milano, che ritroviamo capovolta in un rapporto chiasmatico con il video iniziale nella stampa stenopeica di oltre 10 metri che raffigura una veduta del quartiere di Lambrate fotografata dal grattacielo Pirelli. L’opera di sintesi tra le due città è Volver (2008), una scultura generata in occasione di una performance durante la prima personale meneghina dell’artista, in cui Calò all’interno della sua barca utilizzata nella laguna veneziana si è librato in volo sopra il quartiere di Lambrate alla stregua di un Icaro postmoderno - che sogna di volare ma che decide di farlo e soprattutto di iper-spettacolarizzarlo.

La crasi teorica tra queste due urbanità è invece ravvisabile in un trittico della serie delle Clessidre intitolato Scolpire il tempo (2010); un titolo che richiama un saggio del regista russo Andrej Tarkosvskij, che vede nel cinema l’unico tentativo riuscito di costruzione di un’architettura temporale del mondo. L’ossatura delle Clessidre è rappresentata dalle bricole, pali che sono utilizzati a Venezia per ormeggiare le barche, corrosi nella parte centrale. Le bricole sintetizzano il principio autodistruttivo che è insito nella città lagunare destinata ad affondare sulle sue stesse fondamenta.

Questa mostra sembra volerci dire che l’unica cosa che può salvarci dalle apocalissi quotidiane della città, da quel “principio di morte” che sembra essere il suo cittadino onorario, sia quello di trasferirsi non cambiando indirizzo, ma semplicemente punto di vista.

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