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Elisabetta Catalano al MAXXI

Una mostra tra immagine e performance
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Photo Giorgio Benni. Courtesy Fondazione Maxxi - Museo nazionale delle arti del XXI secolo

Prosegue al MAXXI il ciclo di esposizioni dedicato alla valorizzazione degli archivi nello spazio gratuito dell’Archive Wall, prima irrinunciabile tappa del percorso espositivo del museo progettato da Zaha Hadid, centro di riferimento per l’architettura, la fotografia e le arti contemporanee a Roma. Dopo il focus sull’associazione culturale Incontri Internazionali d’Arte nel 2017 e sulla sperimentazione sonora in Italia nel 2018 è la volta di un omaggio alla fotografa Elisabetta Catalano.

La mostra - a cura di Aldo Enrico Ponis, direttore dell’Archivio Catalano, e della storica e critica d’arte Laura Cherubini, con il coordinamento generale di Giulia Pedace, responsabile degli Archivi MAXXI Arte – presenta al pubblico, fino al 22 dicembre, la documentazione di quattro storiche performances degli anni Settanta realizzate nello studio della fotografa. Protagonisti gli artisti Joseph Beuys, Vettor Pisani, Cesare Tacchi e Fabio Mauri, l’artista che più di tutti ha utilizzato la performance come pratica trasversale per riflettere sul valore dell’Arte e della Storia, stringendo inoltre con la Catalano un sodalizio professionale e umano al contempo.

Un’affinità elettiva quella tra Elisabetta Catalano e il mondo dell’arte e della cultura, un mondo che la fotografa ha sempre frequentato e amato. Nel 1963 viene chiamata da Federico Fellini a recitare una piccola parte nel film 8 e ½, nel ruolo di Matilde, la sorella di Luisa (interpretata da Anouk Aimée) e sul set comincia a scattare le sue prime foto. Una valida testimonianza di questo rapporto con il milieu culturale dell’epoca si può rintracciare nei numerosi ritratti realizzati a partire dai primi anni Settanta, che l’hanno resa celebre e unica nel suo genere. Molti di questi fortunati incontri si precisano in più specifici rapporti professionali, avviando vere e proprie collaborazioni con gli artisti, che utilizzano scatti della Catalano per realizzare opere d’arte. E’ proprio l’identità di ritrattista di Elisabetta Catalano a interessare gli artisti in un’epoca – gli anni Settanta - in cui il corpo e il volto umani diventano i materiali privilegiati del linguaggio dell’arte.

La fotografa realizza varie sequenze fotografiche per azioni e performances spesso ricostruite o nate nel suo studio, senza pubblico, concepite per essere tramandate attraverso il medium fotografico, eletto come unico strumento per ‘catturare’ e documentare un evento di per sé effimero. La mostra ricostruisce con spirito filologico questo aspetto del lavoro di Elisabetta Catalano, puntando l’attenzione nell’allestimento su un ricco corpus di materiali visivi provenienti dall’archivio della fotografa, che raccontano la complessità dell’intero processo creativo, dalla fase gestazionale alla scelta dello scatto finale, quello definitivo, destinato a diventare l’immagine iconica e il ricordo di quattro celebri performance: Scultura invisibile (1973) di Joseph Beuys, in visita a Roma per la grande rassegna multidisciplinare Contemporanea, la riproposizione in studio de Lo scorrevole (1972) di Vettor Pisani, Painting (1972) di Cesare Tacchi ed infine Europa Bombardata (1978) di Fabio Mauri, una sequenza fotografica parte di un progetto più ampio rimasto incompiuto.

Scorrendo con la lente d’ingrandimento i numerosi fogli di provini esposti su tavoli retroilluminati, si viene catturati da quei segni rossi tratteggiati dalla Catalano, che testimoniano il suo metodo di lavoro, i ripensamenti, la ricerca degli scatti migliori. Riemergono così importanti episodi della storia dell’arte conservati come memorie private nell’Archivio Catalano – una “miniera” come lo ha definito Aldo Ponis – riproposti ora al pubblico con questa mostra che è un omaggio ad una grande fotografa, amica, complice e acuta interprete degli artisti con cui ha lavorato.

 

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