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Art Basel Miami Beach

L’appuntamento conclusivo delle fiere d’arte del 2018
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Si è conclusa ieri la diciassettesima edizione di Art Basel Miami Beach, l’appuntamento pseudo-estivo (la temperatura ha superato i 30°) e conclusivo delle fiere d’arte del 2018. Art Basel Miami quest’anno ha assunto un tono dissacratorio, assumendo la forma narrativa univoca del divertissment. Una diegesi scanzonata, non per questo aleatoria, che ci ha offerto una radiografia leggera e analitica dello stato dell’arte oggi. Qualche numero: 268 gallerie in totale, di cui 10 italiane, per un totale di 4000 artisti esposti. Una delle novità di quest’anno è stata la “sala da ballo” all’interno del neo-ristrutturato Convention Center. Lo spazio è stato artisticamente inaugurato dall’artista concettuale messicano Abraham Cruzvillegas che per l’art-week d’oltreoceano si è cimentato tutti i giorni dalle 15 alle 17 in una performance gratuita dal titolo Autorreconstrucciòn: to insist, to insist, to insist, attivando con i suoi movimenti una monumentale installazione, dall’estetica vagamente neo-dada, composta da rifiuti di vario genere.

E ovviamente, anche ad Art Basel Miami 2018 non poteva che arrivare il butterfly-effect della rivoluzione #MeToo con panel dedicati a temi come Feminism: a global view che ha visto l’intervento dell’artista malawese Billie Zangewa; presente a Miami con i suoi Blank Projects, con i quali risemantizza la tradizione africana dell’arte tessile, dando così un nuovo respiro alla rappresentazione della femminilità delle donne di colore. Sì, perché alla mensa dell’arte di questa edizione da quest’anno mangiano per davvero (in termini pecuniari e di rappresentanza) anche le donne (la cui presenza sfiora il 50%). Questo concetto è ben rappresentato dall’opera The Dinner Party (1979) di Judy Chicago; un’installazione composta da una tavola triangolare di circa 15 metri per lato in cui in ogni posto c’è il telo ricamato con il nome di una donna celebre insieme a un côtè estetico di oggetti e immagini che la riguardano; la lista delle commensali spazia dalla dea della fertilità a Emily Dickinson. L’opera è permanentemente esposta al Brookly Museum di New York. Quest’anno a Miami l’Institute of Contemporary Art (ICA Miami) omaggia Judy con un excursus attraverso i primi 30 anni della sua carriera.

Tra le gallerie italiane presenti spicca sicuramente la galleria meneghina Massimo de Carlo che partecipa con alcuni tra i loro artisti più rappresentativi: Paola Pivi, Rob Pruitt, McArthur Binion, John Armleder, Elmgreen and Dragset, Nate Lowman, Cartsen Holler e Kaari Upson. Se il tavolo della Chicago fosse mai stato riaggiornato in occasione di questa edizione di ABMB Paola Pivi avrebbe sicuramente avuto un posto a sedere. Quest’anno il kitsch e l’irriverenza della Pivi hanno letteralmente invaso Miami. Nella sezione Kabinett della fiera – sezione dedicata a dei solo-show di artisti rappresentati da alcune delle gallerie presenti in fiera quest’anno - la Pivi è presente con un progetto intitolato Call me anything you want; 20 tele 3D delicatissime e perturbanti composte da centinaia di fili di perle d’acqua con cromatismi che gradatamente passano dalle sfumature di rosa e grigio a quelle di viola e nero. Più impertinente è sicuramente l’installazione, sempre della Pivi, per la Galleria Perrotin composta da 24 tappeti “d’orso” in faux-fur che si informano sullo spazio espositivo; incarnando visivamente l’idea di come l’arte, oggi più che mai, sia dipendente dal contesto spaziale ed economico in cui si palesa. Il titolo? What goes round – art comes round – un titolo che da sé è una validissima appendice ermeneutica di questa edizione di Art Basel Miami.

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