L'Officiel Art

Apre ICA a Milano

L'Istituto Contemporaneo per le Arti inaugura con una mostra collettiva
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James Lee Byars, The Conscience, 1985, Ph. Dario Lasagni

Il 24 gennaio a Milano ha aperto le porte ICA e fino al 15 marzo, dal giovedì alla domenica, sarà possibile visitare la sua mostra inaugurale. Si tratta del primo Istituto Contemporaneo per le Arti, un quartier generale no profit per artisti fondato da Alberto Salvadori. Paragonabile alla Factory di Andy Warhol ICA propone tante cose diverse, dalla Scuola di filosofia coordinata da Riccardo Venturi a un progetto dedicato alla ceramica, dal 32MQ, destinato ad artisti di età inferiore ai 32 anni a seminari e divulgazione. Un approccio nuovo alla didattica museale. E ancora mostre, cinema, editoria d’arte, musica.

Ecco perché l’Istituto ha ben accolto la lezione di Marc Bloch, dalla cui opera deriva il nome della mostra inaugurale Apologia della storia – The Historian’s Craft, a cura di Alberto Salvadori e Luigi Fassi. Bloch, nei suoi studi, era mosso da uno spirito filantropico che gli faceva paragonare il bravo storico all’orco delle fiabe: entrambi devono saper andare a caccia di carne umana. In questo senso riteneva che una storia sprovvista di poetica, muscolo umano imprescindibile, è una scienza falsa.

Contro l’ipocrisia è necessario avere una visione quanto più completa possibile dell’uomo e della storia, del rapporto fra questi due termini e della linea spazio-temporale sulla quale si collocano, non stancarsi di camminare lungo i sentieri del passato e i corridoi del presente, interrogandosi su quali saranno le architetture del futuro. Soprattutto: ricordare che dietro ogni legge edilizia c’è un essere umano. Tutto questo viene espresso con linguaggio artistico dalla mostra d'arte contemporanea che guarda dentro lo spirito del tempo, fatto di cesure e prosecuzioni ritmiche. E altri due appuntamenti: uno a febbraio, uno a marzo. Il primo verterà sull’opera di Yervant Gianikian e Angela Ricci Lucchi, il secondo sulla presentazione del libro fotografico Travestiti dell’artista Lisetta Carmi. ICA non è tanto o solo un centro intellettuale, ma la sua circonferenza, è di chi ci entra. How To Do Things With Words – Come fare cose con le parole è il nome di un appuntamento in cui si coinvolgerà per primo il pubblico. Viene da farne una questione d’empatia - impossibile da acquistare, inutile da esibire, rara e preziosa.

Una vera e propria lotta contro l’atrofizzazione dell’anima vinta dal lavoro di storici e artisti che espongono le loro opere nella mostra inaugurale, come quella di Javier Téllez in Letter on the Blind, For the Use of Those Who See - titolo ispirato da un saggio di Diderot - in cui a partire da una parabola asiatica, chiede a sei persone cieche di toccare un elefante per poi raccontare le loro sensazioni nel farlo. Si tratta ancora una volta di mettersi nei panni dell’altro: benessere individuale e collettivo vanno di pari passo. James Lee Byars, artista che ha messo in campo la sua stessa vita, che è diventata manifesto dell’atteggiamento sempre più umano a cui si vuole tendere: nel 1963  ha fatto un giro in autobus per “99 giorni e 99 dollari” da Los Angeles a New York, in questa collettiva presenta The Conscience. Altrettanto densa è History after apartheid di Haroon Gunn-Salie, in cui la violenza dell’apartheid è paradossalmente l’unica a gettare del colore sulle immagini in bianco e nero. Questo per ricordare che le forze dell’ordine, mediante l’uso di appositi cannoni, riuscivano a macchiare di liquido colorato coloro che manifestavano contro l’apartheid. E poi c'è ancora la Bagdad raccontata da Antonio Ottomanelli. È uno scatto, il suo, Garden, che porta a riflettere sulla natura degli spazi pubblici che verrebbero sempre più oltraggiati dalla militarizzazione dei sistemi sociali. Come se anche qui i dispositivi riuscissero a rendere bianco e nero, tragico et-et dell'estetica mondiale, tutto ciò che li circonda.

Si può pensare che le pratiche artistiche proposte da ICA possano essere capaci di attuare un'equa ridistribuzione del colore, di dar voce a tutto e a tutti. Il topolino dell'installazione 2000 year collaboration (The Prophet) di Ryan Gander, d’altronde, dal suo piccolo nascondiglio nella parete, gode di un’ampia visuale.

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