interviste

Ognuna per il suo verso

Vi chiedete se la vera poesia sia morta e sepolta con Emily Dickinson? La risposta di Alba Donati, Presidente del Gabinetto Scientifico Letterario G.P. Vieusseux e fondatrice di Fenysia (la prima scuola dei linguaggi della cultura) è no. La poesia vive e i social sono il mezzo del futuro. Un mezzo democratico. Qui troverete dei nuovi racconti, come le rime potenti di Giulia Martini, o la poesia confessionale di Najwa Zebian, o ancora, l’attenzione a temi caldi come la guerra, l’identità, la religione di Yrsa Daley-Ward e l’elaborazione del dolore nei versi di Lang Leav
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Illustrazioni di Marta Signori

Uno spettro si aggira per il web: indossa pantaloncini bianchi cortissimi, fisico da modella, attivista Lgbt, mezza giamaicana e mezza nigeriana, si chiama Yrsa Daley-Ward, è poeta, o poetessa, scegliete voi. Scrive una poesia che niente ha a che vedere con ciò che fino ad oggi abbiamo inteso per poesia, e tutti i Metternich d’Europa sono in allarme. A me non piacciono i Metternich della poesia, che difendono a spada tratta gli orti conchiusi del verso, anche perché spesso sono piccole brigate, combriccole, clan che coinvolgono - ahimè - anche i più grandi editori. Questi Metternich decidono come devi scrivere, se sei in linea o non in linea, decidono che ci vuole una donna su quattro maschietti, decidono di pubblicare spesso il meno peggio. Ma adesso c’è uno strumento nuovo, democratico. Nel senso che dà libero accesso a chiunque voglia farsi leggere: il social network. Arrivati a questo punto però la questione rimane la stessa. Vali o non vali? Arrivi? Spacchi? O hai solo creato uno slogan a effetto? In questo mondo in completa mutazione antropologica la poesia cos’è esattamente?

Najwa Zebian, 27 anni, star su Instagram, di origini arabe e libanesi, emigra in Canada nel 2006. Qui un’immagine del suo ultimo libro, “Sparks of Phoenix”. 

Diamo un’occhiata in giro. Yrsa Daley-Ward fa parte di un cospicuo gruppo di ragazze diventate star per aver scritto poesie sui social. Rupi Kaur, Lang Leav, Najwa Zebian, Nikita Gill. Si parla di 152mila followers su Instagram per Yrsa Daley-Ward, 491mila per Lang Leav, 859mila per Najwa Zebian e 3milioni e mezzo per Rupi Kaur. Andiamo a dare l’occhiata più da vicino. Rupi Kaur appare su Instagram con un vestito di seta verde bellissimo, posa da ninfa, ovviamente incantevole. Najwa Zebian indossa una tuta attillatissima, nera, capelli raccolti, trucco noir e ali nere da angelo. Sono prima di tutto delle performer. Niente di male, esprimono con il corpo, e non solo con le parole, ciò che intendono comunicare. Certo è che sembrano più le figlie di Lady Gaga piuttosto che di Emily Dickinson. Yrsa Daley-Ward va oltre, ha il piglio della rapper. Le ho chiesto quali fossero i suoi poeti più amati e ha detto: Danez Smith, afro-americano, voce della comunità black Lgbt e Tapiwa Mugabe, originario dello Zimbabwe e cresciuto in Inghilterra. Rivendica alla poesia il dovere di essere nella storia, ama coloro che parlano di guerra, di religione e di cosa significa ancora oggi essere neri e gay. E lei stessa parla di femminismo, di razzismo, di identità. Ha affrontato una depressione, scrivendo. Nel 2018 per lei è arrivata Penguin che ha pubblicato “The terrible: a storyteller’s memoir”. 

Lang Leav, 35 anni, nata in Thailandia in un campo per rifugiati dove la sua famiglia si stabilì per sopravvivere al regime degli Khmer Rossi. Si è poi spostata in Australia, a Cambratta (una città dove vivevano molti immigrati). Scrittrice, pittrice e illustratrice ha esposto in Australia e negli Usa. 

Anche Najwa Zebian, nata e cresciuta in Libano, scatta attenta sui temi sociali, interviene in conferenze #MeToo, e racconta di un’infanzia infelice, vittima di bullismo: “Il dolore arriva quando vuole/ mai quando sei pronta./ E se ne va quando se ne va/ mai quando tu vorresti”. La poesia l’ha aiutata, le parole su Instagram di Nikita Gill e Lang Leav soprattutto.

Queste ultime sono due star del web portatrici di una poesia che parla direttamente a persone che soffrono. I loro libri hanno venduto negli Stati Uniti circa un milione di copie, e 100.000 nel Regno Unito. Anche Lang Leav ha una storia difficile. Nata in un campo profughi in Thailandia dove la famiglia si era stabilita per sfuggire al regime degli Khmer Rossi, vive in Nuova Zelanda e scrive forse la poesia più elaborata tra tutte le sue colleghe. Ci racconta che i suoi maestri sono Robert Frost e Emily Dickinson, Sara Teasdale e Dorothy Parker, insomma poeti canonici e non amici di Instagram. Le sue opere, pubblicate anche in Italia - “L’universo che non siamo” (Mondadori Electa, 2018) sono le poesie di qualcuno che ha trovato una quiete dopo aver attraversato la notte.

«Vengo da una città», dice, «dove tutti erano immigrati provenienti da un paese devastato dalla guerra. Avevano perso tutto. Nell’aria c’era solo tristezza e disperazione». Lang Leav è minuta, non sembra la figlia di Lady Gaga ma una studentessa di un college inglese, e le sue poesie lasciano filtrare quel dolore. «I poeti assorbono il paesaggio emotivo dei loro anni formativi: è il fondamento del loro lavoro». 

Adesso vorrei tirare le somme e raccontare un’altra storia, una storia tutta italiana. Rupi, Najwa, Nikita, Yrsa sono icone del web, sono corteggiate dagli editori, vendono un sacco di libri, ma la loro poesia, a noi anziani mitteleuropei, suona strana. È poesia a una dimensione, dice quello che dice e basta, una volta letta hai chiuso, non la rileggi più. Non senti la stratificazione linguistica propria della poesia di tutti i tempi che fa sì che tu rilegga “L’infinito” mille volte e tutte le volte è come se fosse la prima volta.

Yrsa Daley-Ward, 30 anni, di origini giamaicane e nigeriane, è nata in UK. Le sue poesie trattano di identità, razzismo, salute mentale, femminismo. Ha recentemente collaborato con il direttore creativo di Valentino, Pierpaolo Piccioli, alla limited edition “On Love” in cui ogni borsa è personalizzata con una sua poesia.

«Sono così orgogliosa/ del guerriero/ che ho creato/ dalle ceneri/ che intendevano/ seppellirmi», scrive Najwa Zebian su Instagram. Qui se c’è un antecedente forse è Anne Sexton e la poesia confessionale. Non c’è mai un tu, c’è invece sempre un io che parla, che soffre, che ama, che si erge, che ce la fa. Poesie perfette per adolescenti in cerca di consolazione, di modelli, di controfigure. La questione però non si risolve con i Metternich della poesia che sentenziano che i poeti veri non stanno sui social. Il problema non sono i social ma la poesia, che dentro o fuori da Facebook deve camminare e arrivare dritta a te col suo fardello di secoli. Un giorno per esempio a me è arrivata, dritta in faccia. Era un post di un’amica libraia e faceva così: “Guido, io vorrei che tu e Lapo e io/ e Kennedy e Roland e Wiston C./ e la mia santa mamma che sta lì/ in cucina a straguardare la tv”, che sta succedendo, mi chiesi, qualcuno che mette insieme Dante con un ritmo da Antologia di Spoon River, ma andiamo avanti e prosegue: “Guido io vorrei che Lapo e io e tu/ e Tutankamon e Marylin Monroe/ ed Edgar Allan e il giovane eroe/ di quando ero bambina, Harry P.” Mi viene in mente “Il mondo salvato dai ragazzini” di Elsa Morante. “E P.P.P. e Giovanni P. che sa/ perché tanto di stelle arde e cade,/ santo L. e supersanto Gesù C.”. Il ritmo è perfetto, quartine, terzine, rima stupenda Monroe/ eroe, c’è pure Pascoli, ma dove vuole arrivare? Qui: “Che se ne sta nell’orto degli ulivi/ ma anche lei e soprattutto lei/ io vorrei che fossimo ancora vivi”.

Giulia Martini, nata a Pistoia, e che oggi vive a Firenze, dove si è laureata in Letteratura italiana contemporanea. Ha esordito nel 2015 raccogliendo 38 componimenti sotto il titolo “Manuale d’istruzioni” (Gruppo Albatros Il Filo). Classe 93, cita i grandi del passato e si destreggia con i social a suon di rime. Tra le sue passioni la Divina Commedia, di cui ricorda e recita a memoria sedici canti

Si chiama Giulia Martini, ha 25 anni, tesi su Patrizia Cavalli, vive a Firenze, non la conosco. In lei vedo il vero nuovo, la limpidezza delle immagini, un linguaggio quotidiano, la felicità espressiva e al contempo il vocìo dei poeti di tutti i tempi. Lo scrivo su Facebook. Vi chiedevate se la poesia fosse morta? No, eccola qua viva e nuova, antica e sorprendente. Allora si può avere 20 anni, usare i social e scrivere poesie-poesie? Giulia ha 2mila followers ma molto innamorati, lei li conquista a suon di rime baciate. La rima, dice lei, è rassicurante, arrivi in fondo e non ti perdi, torni a casa. Ho scoperto che si è salvata da un’infanzia non troppo felice imparando la Divina Commedia a memoria. Oggi si ricorda sedici canti. Quando legge poesia, sua o altrui, recita a memoria. Ha pubblicato con Interno Poesia, una casa editrice piccola ma che crede nei suoi autori: Giulia su Facebook ha postato tutte le recensioni avute sul web e sono infinite. La sua esistenza ci dice però una cosa molto precisa: la poesia un po’ aristocratica lo è, diciamo che è per molti ma non per tutti.

Poi mi sono accorta che mi aveva mandato il libro ma non lo avevo aperto, che mi aveva scritto e non le avevo risposto. Una bella lezione per il Metternich che giace dentro di me. Menomale che ci sono i social. In questo la visione più equilibrata è ancora quella di Lang Leav, che nonostante i suoi 500mila followers dice: «Le piattaforme a nostra disposizione sono un modo meraviglioso per avere un pubblico ma, alla fine della giornata, non è una garanzia di successo». Il successo è il “passaparola” non il like, connettersi nel vero senso della parola. 

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