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A sud del sud

In Patagonia. Quella virgola di ghiacci e praterie dallo spirito dolce e selvaggio, tipico di ogni cuore nato o cresciuto argentino. Terra di frontiera e di leggende, che a guardarla dall’alto, sembra pensata per non far incontrare due oceani
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A cura di Meraviglia Paper
Testo e foto di Laura Taccari

Sulle sponde del Lago Argentino c’era un uomo che di notte, quando il buio calava sulla sua estancia, era solito ingannare la solitudine comunicando con il mondo sveglio in quel momento. La sua voce “viaggiava” attraverso le onde di bassa frequenza della sua stazione radio rispondendo al codice LUX5E. Come testimoniano le foto e i ricordi custoditi nel Museo dell’Estancia Cristina, da adulto Herbert condusse una vita appartata e un’espressione di stupore colse tutti noi quando la guida ci raccontò di quella notte in cui Herbert collaborò con la NASA nel ritrovamento di un satellite caduto per sbaglio vicino al suo ranch e lodammo in coro il titolo dell’articolo che un quotidiano dedicò all’episodio: “From Solitude to NASA”. Si chiamava Percival Herbert, ed era figlio di Joseph Percival Masters, uno dei pionieri europei che all’inizio del secolo scorso il governo aveva premiato con qualche migliaia di ettaro di terra vergine, in cambio di spirito d’avventura e eterna dedizione. Che per Joseph volle dire avere la meglio sul gelo e sul vento, a bordo di un vecchio battello a vapore di nome Cesar, per poter mettere le proprie radici ai piedi del Ghiacciaio Upsala. Circa un secolo dopo i Masters, siamo salpati da Puerto Banderas e ci siamo messi in viaggio lungo il brazo settentrionale del lago, sfiorando iceberg baciati dagli arcobaleni, per raggiungere lo stesso Eldorado: l’Estancia Cristina, che anche in noi avrebbe soddisfatto ogni ambizione di avventura e autenticità.

Cosa resta di quei giorni sospesi tra i ghiacciai e le praterie della Patagonia? “Terra eccentrica pereccellenza - perfetto ricettacolo per l’allucinazione, la solitudine, l’esilio” recita la prefazione della nostra vecchia copia del capolavoro di Chatwin. Resta l’empatia subitanea con i gauchos che seguivamo in sella ai cavalli ai quali ci affidavano, che significava non lasciarsi intimorire dalle colonie di lepri dispettose e attraversare i fiumi senza timore, tra l’entusiasmo dei salmoni in risalita. La meraviglia silenziosa dell’Upsala e del Perito Moreno e il ricordo di ogni loro “briciola” caduta nell’acqua cobalto, che non riuscivamo a vedere ma di cui sentivamo il boato. Un suono prolungato e ovattato, che non si dimentica. «Ogni ghiacciaio ha il proprio carattere», ci ripeteva la guida, «proprio come un uomo». Resta quell’alba piovigginosa in cui ci siamo lasciati alle spalle l’Estancia Nibepo Aike, dopo aver bevuto una tazza di caffè forte accanto al camino ancora caldo e nel silenzio della casa addormentata. Era stata la prima tappa della nostra esplorazione del Parque Nacional Los Glaciares. Ranch di casette di lamiera ondulata color crema e tetti spioventi corallo e verde bosco, fondato da Santiago Peso e Maria Martinic, migranti europei che si erano incontrati a Rio Gallegos e presto sposati. Trascorrere alcuni giorni in quella tenuta, l’ultima della Ruta Provincial 15, ci aiutò a comporre un’idea romantica delle vite che l’avevano abitata e a invaghirci di quell’eden pastorale e remoto. Quando arrivammo, una tribù di api paffute corteggiava i cespugli di lavanda ed Eric stava servendo tè e scones old-style. Apprendemmo presto che Nibepo era l’acronimo delle iniziali delle figlie nate dalla coppia, Niní, Bebé e Porota e che Aike, significa luogo nella lingua dei tehuelche (i nativi locali)

Passeggiavamo, a volte raggiungevamo il dorso della collina e a ogni imbrunire accompagnavano il gaucho, a recuperare il gregge di pecore al pascolo. Condividevamo il mate pomeridiano con i nuovi arrivati. Qualsiasi cosa facessimo e ovunque fossimo, alzando lo sguardo, sempre intuivamo il profilo appuntito e innevato della Cordilleras de Los Andes. La mattina della nostra partenza, dalle generose vetrate dell’Eolo, potemmo addirittura ammirare le scultoree vette di Torres del Paine, oltre il confine cileno, mangiando le eggs benedict migliori della nostra vita. Era l’ultimo, magnifico rifugio del nostro viaggio nella provincia di Santa Cruz, una fattoria preziosa idillicamente adagiata su una proprietà di 4000 ettari. Sicuramente resta memoria di un’immensità che gli sguardi non erano addestrati a contenere, restano le rutas dritte e solitarie, che interrompevano distese dorate e prati di calafate (arbusto nativo della Patagonia, ndr). Pascoli e pascoli. Mandrie di mucche paciose e cavalli nati liberi sotto cieli pallidi. Un progetto di viaggio ideato e curato da Mai 10, agenzia “artigianale”, specializzata nella realizzazione di itinerari su misura in Argentina. Un ringraziamento speciale a Maita Barrenechea e Sofia Sanchez de Betak (www.mai10.com, www. meravigliapaper.com).

Ha collaborato Guglielmo Fabian

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