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Khatia Buniatishvili

by L'Officiel Italia
05.10.2017
Ha cominciato a suonare all’età di tre anni. Oggi, trentenne, è soprannominata la Beyoncé del pianoforte: con la sua presenza scenica è riuscita ad avvicinare il mito del pop alla musica classica.
«In principio era una composizione popolare.Era alla portata di tutti. È colpa dei promoter e dei musicisti se ora è percepita in questo modo così distante, così esclusivo», racconta

Il colore delle nuvole non cambia. Qualunque sia il pittore. In tutti i luoghi. Il colore delle nuvole non cambia. Il colore della musica, invece, è capace di colorare tutto. Come un pittore esclusivo e personale che non teme giudizio alcuno perché unico come la persona che sei tu. Dove lo strumento musicale è la tavolozza dei colori. E il pianoforte è il principe indiscusso. È lo strumento che Khatia ha incominciato a suonare all’età di tre anni con sua madre, con il primo concerto alla Orchestra di Tblisi quando aveva sei anni. «In casa la musica faceva da padrona, suonavo sempre con mia sorella, adoravo quei piccoli momenti di libertà». Legata alle piccole gioie della vita familiare, Khatia decide di concentrarsi sul pianoforte invece del violino per dipingere i colori della musica. Unico strumento che permette di suonare e ritmare dieci note nello stesso momento, è quasi come vedere l’arcobaleno. Khatia lo descrive come «il simbolo della solitudine musicale» perché riesce a farti isolare completamente e a mostrarti i sogni più belli di quelli che si fanno di giorno ad occhi aperti. Chiamata da tutti la Beyoncé del piano, con la sua presenza scenica sta riuscendo nell’intento di avvicinare il mito del pop alla musica classica. Il suo nome è già richiesto nel microcosmo della musica classica internazionale. Molto giovane, ha attirato la curiosità dei suoi colleghi per le sue interpretazioni di Liszt o Chopin. «La musica classica in principio era la musica popolare. Era alla portata di tutti. È colpa dei promoter e dei musicisti se ora è percepita in questo modo così distante, così esclusivo». Ad alcuni esperti e appassionati di piano può non piacere l’estremo dinamismo e l’intensa velocità dello stile di Khatia.

Ma se la musica per voi è più un’avventura, una tavolozza di colori, allora lei è la persona da seguire. Ha suonato, tra le tante orchestre, all’Orchestre de Paris sotto la conduzione di Paavo Järvi, alla Los Angeles Philharmonic, alla Vienna Philharmonic Orchestra, all’Orchestre National de France sotto la conduzione di Daniele Gatti e alla Philharmonia Orchestra di Londra. Tutte le volte che i riflettori si accendono afferma la sua personalità complessa adagiando le sue mani sulle armonie di un pianoforte. Malgrado le critiche riguardo al suo modo acceso di suonare, non c’è alcun dubbio sul talento di Khatia. Quando mette la sua mente a contatto con il piano ha la capacità di produrre momenti di intuizione e sensibilità raffinata. I critici sottolineano che il suo modo di suonare ha un’enfasi aurea di eleganza, quasi di solitudine melanconica: «Beh io questo non lo prendo come un commento negativo». Suona ovunque ci sia un piano e una realtà da colorare. Ci mette un amore energizzante. Come quando le pop star salgono sul palco e ballano con coreografie e luci studiate, all’interno di teatri e stadi pieni di fan emozionati. Khatia trasmette la stessa energia. Ma da seduta. E con soltanto ottantotto tasti. «La vita di tutti i giorni è la mia più grande ispirazione. Adoro immaginare, sognare e leggere. Leggo tantissimo». Di origini georgiane, vive a Parigi e parla cinque lingue. Vederla suonare, è un’esplosione di energia. «Do sempre tutta me stessa quando suono, non mi risparmio mai. Eseguo sempre come se fosse la mia ultima volta», ammette. Non si sente in imbarazzo di fronte a un pubblico che le punta gli occhi addosso.

La forza musicale che sprigiona è tale da rendere ogni attenzione meno importante. Sotto le sue mani, i tasti del pianoforte assumono un accento folle, tumultuoso. «Devo essere psicologicamente forte e dimenticare la sala se voglio condividere con il pubblico», ammette. Quando suona esprime un’elegante solitudine e avvicina il pubblico in ascolto, che non si sente di essere, in questo modo, un attributo negativo all’interno della sala. «Il pianoforte è lo strumento più nero». Un pianista deve essere abituato alla solitudine. Drammaturgica.Ed è così che si riesce a intravedere la musica, a dargli una forma. E i ritmi si mescolano. Come le ombre che incrociano la realtà. Del resto non sai mai di che colore saranno le nuvole oggi. «Dipende molto da come mi sento in quel momento. È la combinazione di te e di quello che ti circonda», spiega. Il suo più grande sogno è suonare per più persone possibili e portare i suoi colori più lontano possibile. Ha ricevuto molti premi tra cui il premio “Borletti-Buitoni Trust 2010” ed è stata nominata tra gli artisti emergenti più importanti dalla BBC. Nel 2016, ha vinto il premio “Echo Klassik” per il suo nuovo album “Kaleidoscope“. Un disco affascinante, seducente e misterioso che colora fino ai confini dell’immaginazione. «Musicalmente, non ho limiti: barocco, folk, classica, moderna; la scelta del repertorio riflette i miei stati d’animo che esprimono i momenti importanti della mia vita». Ora continua a viaggiare ed esibirsi tra i festival più prestigiosi del mondo e dal 14 al 17 dicembre sarà a Los Angeles al Walt Disney Concert Hall diretta dal compositore indiano Zubin Mehta. «Per me la musica è come una tavolozza di colori, può dipingere le emozioni e mutare gli attimi». Ora provate ad ascoltare una sua performance live. Aprite le tende, guardate le nuvole, di che colore sono?

Abito cocktail e orecchini, Kenzo, pantaloni di lana, Faith Connexion. Nella pagina accanto. Chiodo di pelle e dolcevita color carne, Faith Connexion. In apertura. Completo di lana, Yohji Yamamoto, gilet di lana, Véronique Leroy, body di pizzo, Faith Connexion, scarpe vintage. Assistente stylist Kenny Germe

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