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#TalkingWith Pamela Golbin

Laboratorio sperimentale di creatività e innovazione. Per la storica del costume Pamela Golbin la couture contemporanea continua ad assolvere, con rinnovato vigore, al suo ruolo: push the boundaries
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Valentino Haute Couture F/W 2019-20 Foto di Greg Kessler

Con l’ultima edizione della haute couture oggetto di un interesse e una risonanza social e mediatica ormai simili a quelli del ready-to-wear, non si può non chiedersi quando esattamente la couture sia tornata a essere così rilevante. Perché la novità è la rilevanza d’insieme, rispetto all’attenzione che c’è sempre stata per la singola sfilata, vuoi per stravaganza lavish dello show o per la bellezza intrinseca degli abiti. Tra chi l’ha sempre considerata assolutamente fondamentale c’è Pamela Golbin, per 25 anni responsabile del dipartimento de la Mode et du Textile del Musée des Arts Décoratifs di Parigi, curatrice di una trentina di mostre che hanno fatto la storia della moda, da Dries Van Noten a Vionnet e Valentino, autrice di numerosi libri su stilisti e couturiers, da marzo coinvolta in un avveniristico progetto con Google, finalizzato alla trasformazione dei capi che indossiamo in veri e propri digital wearables, dispositivi indossabili. «La couture è sempre rilevante perché è un servizio, la creazione di un capo su misura che deve evolvere risettandosi sulle esigenze del cliente, intuendone e anticipandone i bisogni. Quindi, non è affatto sorprendente che abbia abbracciato immediatamente i social media, perché durante tutta la sua evoluzione storica si è sempre dimostrata estremamente flessibile, adattabile, pronta al cambiamento. Il maggior cambiamento, oggi, è nella panoramica dei designers», sostiene Golbin. «Appena due, tre anni fa sarebbe stato impossibile prefigurare l’ecosistema attuale, con stilisti che arrivano dal ready-to-wear senza un’esperienza couture, donne in ruoli chiave – in un mondo che dopo la seconda guerra mondiale era diventato un dominio esclusivamente maschile –, designers di nuova generazione come Olivier Rousteing di Balmain che tornano alle radici di Maisons assenti da questo tipo di passerelle da anni. Ma è indubbio che non tutti possono guidare una Maserati: l’alta moda è un meccanismo complesso che richiede un know-how e delle competenze diverse rispetto a quelle del ready-to-wear. Ha bisogno di una sua cultura e di essere costantemente arricchita di nuovi contenuti. Solo così può continuare ad assolvere la sua funzione storica: essere un laboratorio sperimentale della creatività e dell’innovazione, in grado di spingere sempre oltre i confini della moda, sia da un punto di vista tecnico e di savoir-faire sia da un punto di vista estetico», spiega ancora la storica del costume. «Credo che lo spartiacque, nella scena attuale, sia stato segnato dalla scomparsa di Karl Lagerfeld: tutto si rilegge nella prospettiva del prima e dopo, anche se le premesse del cambiamento c’erano già. Nel 2016 la nomina di Maria Grazia Chiuri da Dior è stato un segnale epocale, con un gruppo come LVMH che riconosceva per la prima volta, nell’articolata storia dei direttori creativi del brand, che una donna potesse avere la visione, ma anche il polso commerciale, per costruire una storia di successo».

L'Officiel Italia: Se Maria Grazia Chiuri ha fatto da apripista, oggi abbiamo Virginie Viard, lo storico braccio destro di Lagerfeld, alla testa di Chanel, Clare Waight Keller da Givenchy, Silvia Venturini Fendi che firma la prima haute couture Fendi post Lagerfeld…
Pamela Golbin: E figure come Iris Van Herpen che dimostrano quanto sia ampio questo vocabolario. Con base ad Amsterdam, laureata del premio Andam, con una formazione trasversale tra moda, design e architettura. La sua è una realtà artistico/artigianale estremamente creativa, oggettivamente meno indossabile ma che attrae un tipo ben definito di clientela. Il momento attuale è, infatti, anche un momento di ridefinizione del target, penso soprattutto a quello che sta facendo Pierpaolo Piccioli da Valentino. I suoi modelli, a prima vista squisitamente classici, sono freschi, totalmente contemporanei, giocano su forme strutturate eppure magicamente prive di peso; il suo messaggio, il suo modo di presentarli è totalmente nuovo. Un discorso sull’inclusività, come quello che ha fatto, sarebbe stato impensabile ancora cinque anni fa. Il suo modo di ricreare attorno alla couture quel senso di eccitazione, di far vivere delle emozioni, di rivolgersi a una nuova generazione, di ridefinire il concetto stesso di bellezza è paragonabile a quello messo in atto da André Courrèges nel ’65 quando propose quella che è passata alla storia come la “bombe Courrèges” (secondo una definizione attribuita a Yves Saint Laurent, nda). Architetto, formatosi da Balenciaga, dove si era appropriato molto bene della tradizione per poi reinventarla in un nuovo vocabolario, nel 1965 non crea semplicemente una collezione tutta bianca, ma detta un manifesto che ridefinisce l’intero guardaroba dell’epoca integrandolo alla contemporaneità, fatto di miniabiti e completi pantalone, fino ad allora considerati socialmente inaccettabili. Soprattutto ridefinisce il suo pubblico di riferimento e parla a una nuova generazione, catturando l’attenzione delle figlie delle clienti tradizionali, che fino a quel momento consideravano la couture una reliquia del passato in via di estinzione. Allo stesso modo Pierpaolo Piccioli oggi parla a una nuova community.

LO: Del resto la couture si è sempre dovuta ridefinire in termini di pubblico.
PG: Oggi tantissime nuove clienti sono cinesi, negli anni ’70 c’era stato il boom delle mediorientali, prima ancora quello delle giapponesi, delle americane, negli anni ’20 delle sudamericane, in particolare le argentine. Quello che trovo particolarmente affascinante nella couture me lo fece capire Christian Lacroix, un giorno che studiavamo insieme alcune decorazioni di Lesage. Oggi puoi avere lo stesso livello di sofisticazione nel ricamo di quello utilizzato dai grandi couturiers del passato, ma puoi ottenerli tramite il taglio laser, con risultati di ancora maggior finezza e leggerezza. Credo che quella con l’automobile sia l’analogia più intuitiva per comprendere le infinite nuove possibilità della couture: per quanto sia bella una Bugatti, se pensiamo quella che allora era considerata la velocità vertiginosa che poteva raggiungere, oggi parliamo di velocità dieci volte maggiori: puoi avere abiti strutturati, “architettonici”, coperti di decorazioni di una leggerezza e portabilità incomparabili.

LO: Quale pensa sia diventato il ruolo delle grandi esposizioni museali nell’ecosistema della couture?
PG: I musei si stanno riposizionando per raggiungere un’audience sempre più vasta, fornendo quegli strumenti culturali che permettono maggior comprensione e apprezzamento, perché ormai è comunemente accettato che non stiamo parlando di “semplici pezzi di stoffa”. Il pubblico vuole imparare ed è sempre più esigente. È fondamentale che l’informazione riesca a strutturarsi su livelli differenti, utilizzando diversi media, perché c’è chi vuole solo un’infarinatura e chi, invece, desidera un discorso approfondito e complesso.

LO: Lo scorso dicembre ha lasciato il MAD e da marzo lavora al progetto Jacquard by Google. In continuità o in rottura rispetto alla prima fase della sua carriera?
PG: Dopo 25 anni in cui mi sono occupata del passato al MAD, anche se il mio orientamento era sempre rivolto al presente e al futuro e mai meramente retrospettivo, quest’anno ho deciso di abbracciare il presente per proiettarmi meglio nel futuro. Da marzo collaboro con Jacquard by Google, una piattaforma finalizzata a promuovere il “tessuto intelligente”, quello che trasforma l’abito che indossi in un tramite di connessione digitale. Un concetto che nella sua novità è totalmente affine a quello della couture, sempre più laboratorio della  sostenibilità e della tecnologia. La tecnologia alla base del progetto Jacquard esiste già, ma sappiamo che occorrerà tempo perché la gente possa sentirsi a suo agio nell’utilizzarla; oggi vivere senza smartphone è impensabile, ma ci sono voluti anni perché diventasse indispensabile. Per rendere note le infinite possibilità di questa tecnologia abbiamo pensato a una collaborazione con tre artisti (la franco-americana Chloe Bensahel, la messicana Amor Muñoz, lo studio creativo coreano Oma Space, nda), che presenteranno le loro installazioni a ottobre alla FIAC, Foire internationale d'art contemporain, (prima tappa di quella che diventerà una mostra itinerante, al momento ancora in via di definizione, nda). Abbiamo scelto degli artisti perché si sono avvicinati al progetto con una maggior libertà mentale rispetto allo stilista, che già pensa in termini di costrizioni dell’abito; il prossimo step sarà fornire la stessa tecnologia ai creativi della moda. Ho sempre vissuto il mio lavoro di curatrice come una conversazione con gli stilisti che procede all’infinito. Penso che la tecnologia sia la nuova conversazione della moda. In Giappone ho visitato un’azienda dove gli stessi tessitori che producono i tradizionali Obi integrano questo speciale filato connettivo nel tessuto. Con la tecnologia intessuta nella trama, si potrà programmare tutto quello che oggi puoi programmare avvalendoti del wi-fi, semplicemente toccando il filato. In pratica non ci sarà più bisogno dello smartphone per attivare il device.

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