Fashion

The Now Icon: Kylie Minogue

Trent'anni di carriera, trent'anni di hits, trent'anni di outfits ultra glamorous. Giambattista Valli intervista la cantante australiana sul rapporto tra musica, creatività e moda. Dagli esordi negli anni Ottanta ad oggi: da "Locomotion" a "Golden"
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La sua carriera trentennale è costellata di successi che hanno fatto scatenare intere generazioni. Kylie Minogue, camaleontica, ha cambiato volto e look innumerevoli volte, sempre con la stessa energia contagiosa. L’ultimo disco, uscito a fine giugno, “Step Back in Time: The Definitive Collection” (BMG, distribuzione Warner) è una raccolta delle sue più grandi hits: da “I Should Be So Lucky” degli anni Ottanta, al duetto “Where The Wild Roses Grow” con Nick Cave & The Bad Seeds e lʼimmancabile “I Can’t Get You Out Of My Head” dellʼalbum Fever, premiato con cinque dischi di platino.  

Giambattista Valli: partiamo da una domanda banale. Cosa ti ha spinto a diventare una cantante?
Kylie Minogue: Non mi sono svegliata un giorno pensando: “Voglio fare la cantante”. Credo di averne preso coscienza da piccola, gradualmente. Il mio primo ricordo legato alla musica risale a quando frequentavo un corso di ritmica, a quattro anni. Poi ho preso lezioni di violino, per qualche anno ho suonato il pianoforte e per un po’ anche il flauto a scuola. Quanto al canto, ho iniziato ad appassionarmi a otto, nove anni: i miei primi ricordi sono legati a “Grease”, agli Abba, all’album “Bad Girls” di Donna Summer, che cantavo dall’inizio alla fine (senza capirne il significato, ovviamente!). Così ho cominciato a fantasticare su un futuro da cantante. Non ricordo se fosse proprio un’aspirazione concreta, ma senz’altro è un sogno che mi ha accompagnato per tutta l’infanzia. A sedici anni ho iniziato a studiare canto: avevo recitato in qualche serie TV, perciò avevo messo da parte un po’ di soldi, che ho investito nelle lezioni e nella registrazione di un demo (nella mia testa doveva servirmi a ottenere altre parti da attrice). Il resto è storia: dopo l’esperienza nella serie "Neighbours" ho lanciato un singolo. 

GB: Come funziona il tuo percorso creativo? 
KM: Non ho un metodo copia-incolla per comporre le mie canzoni. Per i primi dischi non scrivevo i testi: se ne occupavano Stock, Aitken & Waterman tramite la PWR Records. Ma dopo un po’ è subentrato un senso di frustrazione, perché volevo avere più voce in capitolo. Così piano piano ho cominciato a scriverli da sola e adesso è uno degli aspetti che preferisco del mio lavoro. D’altro canto, ho smesso di suonare: pur essendomi avvicinata a vari strumenti li ho abbandonati tutti una volta cresciuta (mi sembra di sentire ancora la voce di mio nonno: “Ti pentirai di aver smesso di studiare musica” ed è andata proprio così!). Ogni canzone è diversa. Può capitare che arrivi in studio e il mio team abbia già iniziato a lavorare su una traccia, allora magari mi viene in mente una melodia o un ritmo; a quel punto tendo a registrare al primo ascolto. A volte ho una sensazione che voglio tirare fuori, o una frase che mi ronza nella testa, ho inquadrato il ritmo, ho solo bisogno di qualcuno che crei la musica. 

L'intervista completa nel nuovo numero de L'Officiel Italia: The Statement Issue, in edicola da giovedì 19 Settembre. 

Photographer Richard Phibbs
Styling Rosy Arkell-Palmer
Hair stylist: Christian Vermaak

Assistenti fotografo: Giorgio Lattanzi, Josh Tarn e Damian Flack
Assistente stylist: Crystalle Cox
Production: Camilla Bach @ Tristan Godefroy
Special thanks to Springs Studios, London 

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