hommes

George Mackay

by Francesca Lancini
05.12.2017
L’attore inglese, 25 anni, tre nuovi film in uscita, veste all’antica e ama “Staying Alive”. No, non quella che pensate.


Foto Katja Mayer
Styling Emil Rebek

I genitori. Nelle migliori biografie il racconto inizia sempre da loro. Due figure che oscillano tra colpe e meriti. Quella di George Mackay la leggeremo tra molti anni e non lascerà spazio alle interpretazioni: sarà la storia di chi è stato accompagnato per mano verso la propria vocazione. Londra, anni novanta, mamma Kim è una costumista e papà Paul è un direttore di scena. George nasce nel 1992 e cresce con una sola convinzione: l’arte è una cosa seria. «Sin da piccolo i miei portavano me e mia sorella a vedere ogni tipo di spettacolo teatrale», dice George, «e abbiamo visto film che non erano nemmeno adatti alla nostra età. Così sono stato contagiato da quell’entusiasmo per tutte le forme d’arte e, forse», realizza con un sorriso, «è stata quella ricchezza di stimoli che ispira ogni giorno il mio lavoro». La scelta della scuola per George è ricaduta sulla “Harrodian School” a Barnes, Londra, dove hanno studiato anche Robert Pattinson e Tom Sturridge. A dieci anni un talent scout l’ha portato a un’audizione per interpretare Curly in “Peter Pan”.

Una favola: il miglior modo, per un bambino, di entrare nel mondo del cinema. È stato il primo ruolo di una lunga lista di personaggi, perfezionati con ore di lavoro, perché l’impegno fa parte dell’eredità di famiglia: «La recitazione è apprendimento continuo. Sei obbligato a provare cose che altrimenti non avresti mai affrontato, come scalare montagne o cavalcare», dice George, «e nel frattempo devi leggere, ascoltare e vedere tutto ciò che riguarda il personaggio, conoscerlo attraverso gli spunti

che ti regala la sua vita».Televisione, cinema, teatro: George non fa distinzione di genere, la messa in scena è ciò che conta, soprattutto quando richiede un’immersione totale in un mondo distante da lui, com’è accaduto sul palco dell’Old Vic Theatre di Londra. L’opera era “Il guardiano”: «Un’esperienza che mi ha permesso di dare corpo alla scrittura sublime di Harold Pinter. Così sinistra e assurda da poter giocare con il sottotesto», dice George. «Recitare all’Old Vic significa mettersi al servizio del teatro, che non sta ai tuoi tempi.Devi essere pronto quando lui è pronto e fermarti soltanto quando il testo arriva alla parola fine».Non si può dire lo stesso del cinema, dove il tempo è dilatato e le scene non si girano in ordine cronologico. Ogni set è l’occasione per rubare i segreti di qualcuno: «Con Viggo Mortensen in “Captain Fantastic”», racconta, «è stato importante osservare come gestiva il suo ruolo di attore: non sconfinava mai in altri campi, ma collaborava con tutti, dando suggerimenti. Mi ha insegnato che si può essere padroni del personaggio, ma anche consapevoli

del proprio ruolo sul set e all’interno della storia» Dal quel ragazzino cresciuto nella foresta, al tifoso di rugby in “Breakfast with Jonny Wilkinson”, all’attivista dei diritti LGBT di “Pride”, fino alla trasformazione in un uomo del Kentucky, nella serie “11.22.63”, dove ha recitato al fianco di James Franco. Sono state scelte attente quelle di George e la sorpresa, in un mondo maschile com’è il cinema, risiede nelle prossime uscite: tre film diretti da donne. Un musical dal titolo romantico quanto

la sua storia:“Been so long” di Tinge Krishnan: «Una sceneggiatura diversa da tutto ciò che avevo letto prima, che cattura i colori della vita con un mix perfetto di personaggi e grande musica». La seconda regista è Claire McCarthy, con “Ophelia”, che ha restituito all’eroina di Shakespeare il suo punto di vista. «Un esperimento brillante», dice George, «nel quale ho avuto la possibilità di interpretare Amleto e comprendere meglio i suoi movimenti narrativi». Con il terzo film, George, torna a un passato che conosce, quello della seconda guerra mondiale, con “Where Hands Touch”, diretto da Amma Asante: «Il mio personaggio, Lutz, è un giovane hitleriano che si innamora di Leyna, una ragazza nera che si trasferisce a Berlino con la famiglia e rischia la vita in un campo di concentramento. È una storia che ci insegna a capire chi vogliamo essere nella vita». George lo sa bene: è un ragazzo fuori dal tempo, anche se ha solo 25 anni. «Ascolto musica molto più vecchia di me e vesto come quei ragazzi sulle copertine degli album di una volta», dice, sorridendo:

«Il mio stile è un misto di quello che hanno indossato i miei personaggi». Per le vie di Londra lo troverete così: stivali, jeans scuri e maglietta. Perché a lui importa poco il presente, attinge dal passato per crescere. La prova inconfutabile risiede nella sua passione per la poesia: «Mi sono innamorato di un’antologia che si intitola “Staying Alive”. È suddivisa per temi ed è bello aprirla a caso per leggere poemi illuminanti». Come i suoi personaggi, che raccontano l’abilità di levarsi quel velo da bravo ragazzo inglese che fa innamorare le ragazze. Perché è questo che vuole fare George, mantenere fede al proprio destino e continuare quel percorso iniziato dai genitori prima della sua nascita. Un viaggio in grado di restituirgli quella sensazione che qualcuno chiama felicità: «Non sono sicuro di avere le parole giuste per descriverla, ma la cosa più importante per me è imparare a riconoscerla sempre».

Giacca monopetto di lana e seta, camicia in popeline di cotone e cravatta di seta Prada

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Cappotto monopetto di lana Raf Simons, completo con giacca doppiopetto di viscosa Tom Ford, dolcevita di cashmere Canali e stringate Santoni Edited by Marco Zanini

Giacca doppiopetto di lana Lemaire, giacca monopetto di lana Salvatore Ferragamo, camicia di cotone e pantaloni di lana Giorgio Armani, cravatta di seta Canali e stringate Bottega Veneta

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Completo con giacca monopetto di cotone e cravatta di seta Louis Vuitton, camicia di nylon Wales Bonner e stringate Bottega Veneta

 

Grooming: Alexander Soltermann
Set designer: Joanna Goodman
Assistente fotografo: Kadaré Aliu
Operatore digitale: Marius Uhlig A
ssistenti stylist: Luca Balzarini, Ines Bizarro

 

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